Blue Leaf: l’ecoinvenzione italiana che cattura la CO2 dentro gli edifici
Autore: Redazione Ecoseven – Pubblicato il 22/06/2026

Una startup italiana, RAPCO2, spin-off dell’Università di Bologna, ha sviluppato Blue Leaf: un impianto di piccola taglia che cattura l’anidride carbonica direttamente all’interno degli edifici e la trasforma in prodotti chimici utili, sfruttando batteri e idrogeno verde. I primi modelli sono in commercializzazione dal 2026. La promessa è ambiziosa: portare l’aria degli ambienti chiusi ai livelli di una foresta. Ecco come funziona questa ecoinvenzione, perché è diversa dalle tecnologie esistenti e a che punto è lo sviluppo.
Che cos’è Blue Leaf e chi l’ha inventato
Blue Leaf è un impianto modulare per la cattura della CO2 negli ambienti interni, sviluppato da RAPCO2, una startup nata come spin-off dal Dipartimento di Chimica dell’Università di Bologna, con base nel Campus di Ravenna dedicato alle scienze ambientali.
Dietro il progetto ci sono il professor Cristian Torri, docente di chimica e ideatore del brevetto, e il ricercatore post-doc Andrea Facchin, co-fondatore della startup. Il progetto ha già ottenuto una menzione speciale alla Start Cup Ecosister Emilia-Romagna, la competizione per progetti d’impresa promossa dalla Regione e da Art-ER.
A differenza dei grandi impianti industriali di cattura del carbonio, Blue Leaf è pensato per piccole imprese, negozi e uffici: è di piccola taglia, customizzabile e collocabile direttamente all’interno degli edifici.
Come funziona: la Carbon Capture and Fixation (CCF)
Il cuore dell’invenzione è un processo battezzato Carbon Capture and Fixation (CCF), un approccio nuovo rispetto alle tecnologie tradizionali di cattura. Il meccanismo si articola in alcuni passaggi:
Un materiale di cattura — un formulato a base di acqua e aminoacidi alimentari, simili agli integratori per sportivi — viene messo a contatto con l’aria dell’ambiente, caricandosi di CO2 fino al 10-20%.
Il materiale “carico” viene poi portato a un impianto dove entrano in gioco microrganismi selezionati (batteri provenienti dai digestori anaerobici), che utilizzano la CO2 per crescere e produrre composti chimici rinnovabili.
In questo modo il materiale di cattura viene rigenerato e può tornare a catturare anidride carbonica, in un ciclo continuo.
Perché è diversa dalle altre tecnologie di cattura
L’elemento dirompente, secondo gli ideatori, sta nel risparmio energetico. Nelle tecnologie tradizionali di cattura diretta dall’aria, la fase più “energivora” è la rigenerazione del materiale di cattura: secondo i dati riportati dalla startup, questo passaggio richiede normalmente da 1-2 kWh elettrici fino a 3-9 kWh termici per ogni chilogrammo di CO2.
Nel processo CCF questo costo viene di fatto azzerato, perché sono i batteri stessi a estrarre la CO2 dal materiale e a rigenerarlo mentre producono il composto chimico. Come spiega il professor Torri, l’energia che le altre tecnologie spendono per la cattura, in RAPCO2 viene usata per realizzare il prodotto finale. Il risultato dichiarato è un fabbisogno energetico pari a circa un terzo rispetto ai processi esistenti.
Non solo cattura: l’e-fuel per le navi
Un secondo aspetto interessante è la destinazione della CO2 catturata. I microrganismi impiegati nel reattore producono acetato ad alta concentrazione, dal quale — attraverso processi già noti — si ottiene alcol isopropilico, un e-fuel sostenibile.
È un composto con applicazioni nei settori cosiddetti hard to abate, difficili da decarbonizzare, tra cui il comparto navale: il trasporto marittimo è responsabile del 4-5% delle emissioni globali di CO2. Il processo impiega idrogeno verde, prodotto sfruttando i picchi di produzione di fotovoltaico ed eolico, quando l’energia costa meno.
Perché conta la qualità dell’aria indoor
Il valore di Blue Leaf non è solo climatico, ma riguarda la salute di chi vive negli ambienti chiusi. Trascorriamo in media circa l’80% della vita in spazi confinati, e concentrazioni elevate di CO2 indoor incidono sulle capacità cognitive.
Una revisione sistematica condotta dall’Università di Pechino ha rilevato che le prestazioni nei compiti complessi diminuiscono significativamente quando si è esposti a concentrazioni aggiuntive di CO2 di 1000-1500 ppm, suggerendo per gli ambienti di lavoro ad alta richiesta cognitiva un limite più severo, sotto le 1000 ppm. Blue Leaf punta ad abbassare la CO2 interna fino a 500 ppm o meno, valori paragonabili all’aria esterna: l’obiettivo, secondo il motto della startup, è creare “una foresta nella stanza”.
A che punto è lo sviluppo
È importante inquadrare correttamente lo stato di maturità della tecnologia, senza sovrastimarla. Al momento RAPCO2 ha realizzato un prototipo operativo nel laboratorio di Ravenna. È in fase di messa a punto un impianto sperimentale con componentistica industriale, in grado di catturare una tonnellata di CO2 all’anno.
Secondo quanto dichiarato dagli ideatori, i primi modelli di Blue Leaf sono entrati in commercializzazione nel 2026, partendo dai grandi edifici, mentre il 2026 è indicato come l’anno della ricerca di finanziamenti per la fase successiva. Come ricorda l’IPCC, va ricordato che le tecnologie di cattura della CO2 sono in generale ancora in larga parte in fase prototipale e non ancora disponibili su vasta scala commerciale: Blue Leaf si inserisce in questo percorso come una soluzione promettente ma ancora giovane.
Cosa significa concretamente
Da questa innovazione derivano alcune implicazioni pratiche.
Per le imprese e gli spazi di lavoro, la prospettiva è quella di un dispositivo che migliora la qualità dell’aria interna — con benefici documentati su concentrazione e benessere — trasformando al contempo un problema (la CO2) in una risorsa.
Sul piano della transizione ecologica, Blue Leaf rappresenta un esempio di economia circolare del carbonio: anziché limitarsi a stoccare l’anidride carbonica, la converte in prodotti chimici e carburanti sostenibili, con un’attenzione particolare ai settori difficili da decarbonizzare.
Sul piano del made in Italy della ricerca, è la dimostrazione che l’innovazione climatica può nascere dai campus universitari italiani e arrivare al mercato, un segnale incoraggiante per la green economy nazionale.
FAQ – Domande frequenti
Che cos’è Blue Leaf?
È un impianto modulare di piccola taglia, sviluppato dalla startup italiana RAPCO2 (spin-off dell’Università di Bologna), che cattura l’anidride carbonica direttamente all’interno degli edifici e la trasforma in prodotti chimici utili, migliorando la qualità dell’aria indoor.
Come fa Blue Leaf a catturare la CO2?
Usa un processo chiamato Carbon Capture and Fixation (CCF): un materiale a base di acqua e aminoacidi cattura la CO2 dall’aria, poi batteri selezionati la utilizzano per crescere e produrre composti chimici, rigenerando il materiale di cattura in un ciclo continuo a basso consumo energetico.
In cosa è diversa dalle altre tecnologie di cattura del carbonio?
La differenza principale è il risparmio energetico: la rigenerazione del materiale di cattura, normalmente la fase più dispendiosa, viene svolta dai batteri stessi mentre producono composti utili. Secondo la startup, il fabbisogno energetico è circa un terzo rispetto ai processi tradizionali.
Blue Leaf è già in commercio?
Secondo gli ideatori, i primi modelli sono entrati in commercializzazione nel 2026, partendo dai grandi edifici. La tecnologia è però ancora in una fase iniziale di sviluppo e scale-up, come molte soluzioni di cattura della CO2.
Perché è importante ridurre la CO2 negli ambienti chiusi?
Perché trascorriamo circa l’80% del tempo in spazi confinati e concentrazioni elevate di CO2 indoor riducono le prestazioni cognitive nei compiti complessi. Abbassare la CO2 interna migliora concentrazione, benessere e qualità dell’aria.
In breve
Blue Leaf è un’ecoinvenzione italiana sviluppata dalla startup RAPCO2, spin-off dell’Università di Bologna: un impianto di piccola taglia che cattura la CO2 dentro gli edifici tramite un processo a batteri chiamato Carbon Capture and Fixation, trasformandola in prodotti chimici e in e-fuel sostenibili come l’alcol isopropilico. Il vantaggio chiave è energetico: la rigenerazione del materiale di cattura, di solito la fase più costosa, è svolta dai microrganismi stessi. Oltre al beneficio climatico, l’obiettivo è migliorare la qualità dell’aria interna fino a livelli da “foresta nella stanza”. La tecnologia è promettente ma ancora giovane: i primi modelli sono in commercializzazione dal 2026, in un percorso di scale-up tipico delle soluzioni di cattura del carbonio.
Fonti principali: RAPCO2 e dichiarazioni del prof. Cristian Torri e di Andrea Facchin (via Infobuildenergia, gennaio 2026); revisione sistematica dell’Università di Pechino sugli effetti cognitivi della CO2 indoor (ScienceDirect); IPCC sullo stato delle tecnologie di cattura del carbonio. I dati tecnici e le tempistiche di commercializzazione si basano sulle dichiarazioni della startup e sono soggetti all’evoluzione del progetto.
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