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Fungo Pestalotiopsis microspora cresciuto su un campione di plastica poliuretano

Il fungo mangia plastica: cosa fa davvero la Pestalotiopsis microspora (e cosa no)

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Autore: Redazione Ecoseven – Pubblicato il 21/06/2026

Fungo mangia plastica cresciuto su un campione di plastica poliuretano

La Pestalotiopsis microspora è un fungo mangia plastica ovvero capace di nutrirsi di poliuretano — una delle plastiche più diffuse e resistenti — e di trasformarlo in materia organica, persino in assenza di ossigeno. Lo ha dimostrato uno studio dell’Università di Yale nel 2011. È una scoperta affascinante, spesso raccontata come la soluzione definitiva all’inquinamento da plastica. La realtà scientifica è più sfumata e, proprio per questo, più interessante: ecco cosa il fungo sa fare davvero, secondo la ricerca, e quali sono i limiti che separano la promessa dall’applicazione reale.

La scoperta del fungo mangia plastica: studenti di Yale nella foresta amazzonica

La storia comincia nel 2011, durante il programma “Rainforest Expedition and Laboratory” dell’Università di Yale, un corso che porta gli studenti a raccogliere e studiare organismi nella foresta pluviale. Nel Parco Nazionale Yasuní, in Ecuador, un gruppo di studenti guidati dal microbiologo Scott Strobel raccolse campioni dai fusti di piante amazzoniche, isolando i funghi endofiti che vi vivono all’interno — microrganismi che abitano i tessuti vegetali senza danneggiare la pianta.

Sottoponendo questi funghi a uno screening per verificarne la capacità di degradare i polimeri sintetici, i ricercatori — tra cui lo studente Jonathan Russell, che isolò gli enzimi responsabili — individuarono diverse specie attive. Due isolati di Pestalotiopsis microspora mostrarono una capacità unica. I risultati furono pubblicati nel 2011 sulla rivista scientifica Applied and Environmental Microbiology, con il titolo “Biodegradation of Polyester Polyurethane by Endophytic Fungi”.

Cosa fa esattamente questo fungo

Il bersaglio del fungo mangia plastica è il poliuretano poliestere (in inglese PUR), una plastica presente in moltissimi oggetti quotidiani: schiume isolanti, suole delle scarpe, materassi, parti di automobili, vernici e adesivi. È un materiale considerato non biodegradabile, che in discarica può impiegare decenni a degradarsi.

Il meccanismo è enzimatico. La Pestalotiopsis microspora (fungo mangia plastica) produce enzimi specifici — in particolare un tipo di idrolasi, identificata come una serina idrolasi — capaci di rompere i legami chimici del poliuretano. Una volta spezzati questi legami, il fungo utilizza il materiale come fonte di carbonio, cioè letteralmente come nutrimento, trasformandolo in molecole più semplici e in materia organica.

Lo studio di Yale ha quantificato questi effetti su pellicole di poliuretano esposte al fungo: perdita di massa, indebolimento della struttura del materiale e segni di erosione visibili al microscopio, in un processo che si è svolto nell’arco di settimane in condizioni controllate di temperatura e umidità.

L’aspetto unico del fungo mangia plastica: funziona anche senza ossigeno

La caratteristica che ha reso celebre questo fungo, e che lo distingue dagli altri microrganismi degradatori di plastica, è la capacità di agire anche in condizioni anaerobiche, cioè in assenza di ossigeno. I due isolati di P. microspora sono stati infatti in grado di crescere usando il poliuretano come unica fonte di carbonio sia in presenza sia in assenza di ossigeno, un’osservazione descritta dagli autori come unica tra le attività di biodegradazione del poliuretano riportate fino ad allora.

Questo dettaglio è importante perché le discariche sono ambienti tipicamente poveri di ossigeno, proprio dove il poliuretano si accumula. Un organismo in grado di lavorare in quelle condizioni rappresenta, in teoria, un candidato interessante per la bonifica dei siti di smaltimento.

Promessa e realtà: perché non è (ancora) la soluzione

Qui serve una precisazione. La scoperta è reale e promettente, ma tra il risultato di laboratorio e un’applicazione su scala industriale c’è una distanza considerevole, segnalata dagli stessi ricercatori e dagli osservatori del campo.

Alcuni limiti concreti:

  • I test sono in laboratorio. Gli esperimenti sono stati condotti in condizioni controllate, lontane dalla complessità reale di una discarica o di un impianto di trattamento, dove temperatura, umidità e pH sono difficili da gestire.
  • Il fungo è specializzato. L’attività documentata riguarda il poliuretano poliestere, non “la plastica” in generale. Il rifiuto plastico reale è un insieme eterogeneo di polimeri diversi, e questo fungo non li degrada tutti.
  • La ricerca è ancora limitata. Rispetto ad altri microrganismi degradatori di plastica, gli studi su Pestalotiopsis restano relativamente pochi e si sono concentrati soprattutto sul comprendere i meccanismi più che sullo sviluppo di applicazioni su larga scala.
  • I tempi e le scale. Degradare pellicole sottili in laboratorio in settimane è diverso dal trattare tonnellate di rifiuti compatti in tempi e costi compatibili con un impianto reale.

Le idee più ambiziose — “campi di funghi” che digeriscono i rifiuti, integrazione nei compattatori, impiego in mare — restano per ora concettuali.

Perché la scoperta resta importante

Pur con questi limiti, la Pestalotiopsis microspora ha un valore che va oltre il singolo fungo. Ha dimostrato in modo concreto che in natura, e in particolare nella straordinaria biodiversità della foresta amazzonica, esistono organismi con strumenti enzimatici capaci di affrontare materiali che l’uomo considerava indistruttibili. Questo orienta la ricerca verso una strategia precisa: studiare gli enzimi coinvolti per poterli eventualmente potenziare, anche tramite ingegneria genetica, e cercare altri microrganismi con capacità simili.

È anche un argomento a favore della tutela degli ecosistemi: la distruzione delle foreste tropicali rischia di cancellare soluzioni biologiche che nemmeno conosciamo ancora. La lotta alla plastica, in ogni caso, non potrà mai poggiare solo su un fungo: resta centrale la riduzione del consumo, il riciclo e una gestione responsabile dei rifiuti.

FAQ – Domande frequenti

Cos’è la Pestalotiopsis microspora c.d. fungo mangia plastica?

È un fungo endofita, cioè che vive all’interno dei tessuti delle piante, scoperto nella sua capacità di degradare la plastica da ricercatori dell’Università di Yale nel 2011, durante una spedizione nella foresta amazzonica dell’Ecuador. È noto per la capacità di nutrirsi di poliuretano.

Che tipo di plastica riesce a degradare?

Il poliuretano poliestere (PUR), una plastica usata in schiume isolanti, materassi, suole di scarpe, vernici e adesivi. Non degrada indistintamente tutti i tipi di plastica: è specializzato su questo polimero.

Come fa un fungo a “mangiare” la plastica?

Produce enzimi specifici, in particolare una serina idrolasi, che rompono i legami chimici del poliuretano. Il fungo usa poi il materiale degradato come fonte di carbonio, cioè come nutrimento, trasformandolo in molecole più semplici e materia organica.

Può risolvere il problema dell’inquinamento da plastica?

Non da solo e non ancora. I risultati provengono da test di laboratorio in condizioni controllate, difficili da replicare su scala industriale. Il fungo è inoltre specializzato su un solo tipo di plastica. È una scoperta promettente, ma la gestione della plastica richiede soprattutto riduzione, riciclo e politiche adeguate.

Perché è speciale rispetto ad altri organismi mangia-plastica?

Perché è in grado di degradare il poliuretano anche in assenza di ossigeno (condizioni anaerobiche), una caratteristica rara che lo renderebbe in teoria adatto agli ambienti poveri di ossigeno come le discariche.

In breve

La Pestalotiopsis microspora è un fungo amazzonico che, come ha dimostrato uno studio di Yale del 2011, sa degradare il poliuretano trasformandolo in materia organica, persino senza ossigeno. È una delle scoperte più affascinanti nel campo della biodegradazione, ma va letta per quello che è: una prova di laboratorio dal grande potenziale, non una soluzione pronta all’inquinamento da plastica. Il suo valore più grande, forse, è ricordarci quante risposte la natura possa custodire — e quanto sia importante non distruggerle prima di averle comprese.


Fonte scientifica primaria: Russell J.R. et al., “Biodegradation of Polyester Polyurethane by Endophytic Fungi”, Applied and Environmental Microbiology, 2011. L’articolo ha finalità divulgative; per approfondimenti tecnici si rimanda alla pubblicazione originale.

Amazzonia, biodegradazione, funghi, inquinamento, plastica, ricerca scientifica