Dai rifiuti del mare a risorse industriali: come la blue economy trasforma reti e plastica in materia prima
Autore: Redazione Ecoseven – Pubblicato il 21/06/2026

L’86,5% dei rifiuti che si trovano nei nostri mari è legato alla pesca e all’acquacoltura, e il 94% di questi è costituito da reti abbandonate: dati ISPRA. Ma una parte crescente di questi scarti non finisce più solo in discarica — diventa tessuto, arredamento, design e perfino energia. È il cuore concreto della cosiddetta blue economy: non uno slogan, ma una filiera che recupera ciò che inquina il mare e lo restituisce all’industria come materia prima. Ecco come funziona, con i progetti italiani che la stanno realizzando e i loro limiti reali.
Il problema in un numero: l’86,5% sono attrezzi da pesca
Per capire il valore di questa filiera bisogna partire dalla dimensione del problema, certificata da una fonte ufficiale. Secondo i dati dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’86,5% dei rifiuti presenti sui fondali marini italiani è riconducibile alle attività di pesca e acquacoltura, e di questi circa il 94% è rappresentato da reti abbandonate, perse o dismesse — le cosiddette “reti fantasma” (ghost nets), alcune lunghe chilometri.
Sono rifiuti particolarmente insidiosi per due motivi. Continuano a intrappolare e uccidere pesci, crostacei e mammiferi marini anche per anni dopo l’abbandono. E, essendo fatti in prevalenza di nylon e altre plastiche, degradandosi rilasciano microplastiche che entrano nella catena alimentare. È proprio la natura plastica di questi materiali, però, a renderli potenzialmente recuperabili come risorsa.
Cos’è davvero la blue economy circolare
La blue economy, nell’accezione che qui interessa, è l’economia che genera valore dal mare in modo sostenibile. La sua declinazione circolare riguarda specificamente la chiusura del ciclo dei materiali: invece del modello lineare “prendi, produci, getta”, i rifiuti marini vengono raccolti, selezionati e trasformati in nuove materie prime per l’industria. Il principio è semplice: chi recupera un rifiuto dal mare non sostiene solo un costo ambientale, ma crea un materiale con un valore di mercato.
Il passaggio chiave, e la difficoltà principale, sta nella qualità del materiale recuperato. Una rete rimasta sul fondale per anni è spesso troppo degradata per essere riciclata in modo tradizionale: come ammettono gli stessi operatori dei progetti di recupero, solo una parte delle reti raccolte può essere effettivamente rigenerata. È qui che entrano in gioco le tecnologie industriali.
Dalla rete al tessuto: i progetti italiani
Il filone più maturo di questa tipologia di blue economy è quello che trasforma la plastica marina e le reti in fibre tessili. Il processo segue passaggi comuni: raccolta, selezione, lavaggio, triturazione e produzione di una base polimerica (in genere poliammide, cioè nylon) da cui si ricavano filati e tessuti.
Sul territorio italiano operano diverse realtà che hanno reso questo modello concreto. Alcune aziende sociali collaborano con migliaia di pescatori nel Mediterraneo per recuperare plastica dai fondali e trasformarla in arredi e oggetti di design: una di esse dichiara di aver raccolto oltre un milione di chilogrammi di plastica lavorando con migliaia di pescatori e centinaia di aziende. Altre operano con flotte attive in Italia e all’estero, tracciando le attività di raccolta e permettendo alle imprese di finanziare la pulizia del mare nell’ambito delle strategie di sostenibilità.
Sul fronte della ricerca, il progetto AMATEVI — che coinvolge diversi atenei italiani — punta a recuperare le reti dismesse per trasformarle in tessuti avanzati destinati all’industria, con applicazioni che vanno dall’arredamento urbano ai filtri industriali. Come ha sintetizzato il coordinatore scientifico, l’obiettivo è dimostrare che un rifiuto ad alto impatto ambientale può diventare una risorsa concreta. A livello locale, iniziative come “Reti in Circolo” nella marineria di Ancona creano centri dedicati alla raccolta e all’avvio a riciclo delle reti in nylon dismesse.
La frontiera: trasformare in energia ciò che non si può riciclare
Il problema più difficile resta quello delle reti troppo degradate per essere rigenerate. Ed è qui che si colloca l’innovazione più interessante per la parte industriale della filiera.
Nell’ambito del progetto PNRR MER – Ghost Nets, coordinato da ISPRA, è stata presentata ad Ancona alla fine del 2025 una tecnologia chiamata Green Plasma sviluppata dall’Università Politecnica delle Marche, in grado di trattare la plastica marina non riciclabile e trasformarla in syngas, un gas combustibile ricco di idrogeno utilizzabile per produrre elettricità. Secondo quanto comunicato, il sistema può trattare fino a 100 chili di plastica marina non riciclabile al giorno, operando direttamente nei porti e nelle aree di raccolta. È un approccio che affronta esattamente l’anello debole della catena: dare una destinazione di valore anche al materiale che il riciclo meccanico non può recuperare, evitando che torni in discarica.
Sullo sfondo, lo Stato grazie al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sostiene questa direzione anche con i fondi del PNRR: tra i progetti “faro” di economia circolare è previsto lo sviluppo di tecnologie avanzate di riciclo meccanico e chimico delle plastiche rivolte anche al marine litter, i rifiuti recuperati in mare.
Cosa significa concretamente per il territorio e le imprese
Per il sistema produttivo italiano questa filiera apre opportunità tangibili. Crea un circuito virtuoso in cui i pescatori, anziché ributtare in mare i rifiuti raccolti nelle reti, hanno un canale per conferirli — anche grazie alla legge Salvamare del 2022, che ha spostato sui porti e sui comuni l’onere dello smaltimento, eliminando il disincentivo che prima gravava su chi recuperava i rifiuti. Genera nuove materie prime seconde per i settori tessile, arredo, automotive e nautica, riducendo la dipendenza dal petrolio per le fibre vergini. E fa nascere competenze tecniche e impianti sul territorio, dai centri di raccolta portuali agli impianti di trattamento.
Per il cittadino e il consumatore, il segnale pratico è che acquistare prodotti realizzati con plastica o reti recuperate dal mare contribuisce, in molti casi, a finanziare direttamente le operazioni di pulizia. È bene però verificare la presenza di certificazioni e tracciabilità, perché in un settore in crescita il rischio di comunicazioni ambientali poco trasparenti esiste.
FAQ – Domande frequenti
Cosa si intende per blue economy?
Per blue economy si intende l’economia che genera valore dal mare e dalle risorse marine in modo sostenibile. Nella sua versione circolare riguarda in particolare il recupero dei rifiuti marini e la loro trasformazione in nuove materie prime per l’industria, chiudendo il ciclo dei materiali invece di disperderli.
Quali sono i principali rifiuti che inquinano i mari italiani?
Secondo l’ISPRA, l’86,5% dei rifiuti sui fondali è legato alla pesca e all’acquacoltura, e il 94% di questi è costituito da reti abbandonate, le cosiddette reti fantasma. Sono fatte soprattutto di nylon e plastica e, degradandosi, generano microplastiche.
Le reti da pesca recuperate si possono riciclare tutte?
No. Le reti rimaste a lungo sui fondali sono spesso troppo degradate per il riciclo tradizionale, quindi solo una parte può essere rigenerata in tessuti o oggetti. Per il materiale non riciclabile si stanno sviluppando tecnologie che lo trasformano in energia, come il sistema Green Plasma sperimentato nel progetto PNRR MER.
In che cosa vengono trasformati i rifiuti marini recuperati?
In filati e tessuti tecnici (per arredamento, nautica, automotive), in mobili e oggetti di design, e — per la parte non riciclabile — in syngas, un gas combustibile ricco di idrogeno utilizzabile per produrre elettricità.
Comprare prodotti fatti con plastica marina aiuta davvero l’ambiente?
In molti casi sì, perché l’acquisto contribuisce a finanziare la raccolta dei rifiuti dal mare. È consigliabile però scegliere prodotti con certificazioni e tracciabilità verificabili, per evitare operazioni di facciata prive di reale impatto.
In breve
La blue economy circolare trasforma un’emergenza ambientale — le reti fantasma e la plastica che soffocano i fondali, l’86,5% dei rifiuti marini secondo l’ISPRA — in una filiera industriale che produce tessuti, arredi e perfino energia. I progetti italiani, dal recupero per fini tessili come AMATEVI alle tecnologie energetiche come Green Plasma nell’ambito del PNRR MER, mostrano che il modello funziona, pur con il limite della qualità del materiale recuperato. Il salto culturale è considerare ciò che esce dal mare non più come rifiuto da smaltire, ma come risorsa da valorizzare.
Fonti principali: ISPRA (dati sui rifiuti marini e progetto PNRR MER – Ghost Nets), Il Sole 24 Ore e stampa specializzata per i progetti delle imprese. Le informazioni sui singoli progetti aziendali si basano su dichiarazioni delle aziende e fonti giornalistiche; i dati di raccolta dichiarati non sono verificati in modo indipendente in questo articolo.
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