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In Italia 340.000 minori al lavoro, pandemia aggrava fenomeno

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Roma, 1 mar. (Labitalia) – In Italia è vietato dal 1967, ma il lavoro minorile (inteso al di sotto dei 16 anni) è un fenomeno che non solo non è mai scomparso dal nostro Paese ma che la pandemia, le scuole chiuse e l’allargamento delle aree di povertà ad essa dovute, rischia di aggravare. Sullo sfruttamento lavorativo dei minori esistono, poi, anche pochi dati, e soprattutto non esiste un monitoraggio continuo. Ci sono i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, relativi alle sanzioni per la violazione della legge (nel 2019 sono state 243, ma a breve uscirà l’aggiornamento sul 2020), ma naturalmente sono la punta di un iceberg che rimane per la gran parte sommerso.

Gli ultimi dati di fonte attendibile risalgono al 2013 e sono quelli di una ricerca condotta dalla Fondazione Di Vittorio e da Save the Children, in collaborazione con l’Istat, che ha mappato in Italia una stima di 340.000 minori al di sotto dei 16 anni occupati illegalmente, vale a dire il 7% della popolazione in età di lavoro. Sono baby sitter, aiuto camerieri, baristi, giovani braccianti o manovali, dice l’indagine dopo la quale non è stato fatto più niente. Un vuoto statistico che andrebbe colmato per dare a questo fenomeno le risposte legislative e sociali che merita.

La curatrice della ricerca, Anna Teselli, ora in Cgil nazionale, ricorda con Adnkronos/Labitalia: “Come sindacato abbiamo sempre fatto molte battaglie perché venisse istituito un monitoraggio pubblico e nazionale sul lavoro minorile. Ma finora gli unici studi fatti sono quelli di Cgil e Save The Children, con la quale collaboriamo molto. Anche adesso stiamo cercando di mettere in campo una ricerca sui Neet (i giovani che né studiano né cercano un’occupazione) perché siamo convinti che molti di loro abbiano lavorato sotto i 16 anni, ovviamente da ‘invisibili’, nel sommerso”. Tornando alla ricerca, questa mostra l’intensità del rischio del lavoro minorile con la colorazione delle Regioni da giallo a rosso scuro: e basta vedere la mappa dell’Italia per capire al volo che il rischio maggiore di una presenza di bambini o ragazzi al lavoro è molto alto nelle regioni del Sud (Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna). E, ancora, 2 su 3 dei 14-15enni con una qualche esperienza di lavoro sono maschi (il rischio è minore per le bambine), e il 7% è di nazionalità straniera. Quasi 3 ragazzi su 4 lavorano per la famiglia, aiutando i genitori nelle loro attività professionali nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare (41%) oppure sostenendoli nei lavori di casa. Il restante 29% si distribuisce in misura equivalente tra chi lavora nella cerchia dei parenti e degli amici oppure per altre persone.

“Questi dati in particolare -spiega ancora Teselli- centrano i due veri punti critici che danno origine al lavoro minorile: la dispersione scolastica, di cui l’Italia purtroppo detiene il più alto tasso in Europa, e il lavoro precoce. Nonostante in Italia ci sia l’obbligo scolastico a 16 anni, di fatto molti si fermano alle scuole medie (la maggior parte degli abbandoni scolastici avviene nei due anni successivi alla licenzia media). Ancora non siamo riusciti a colmare questo vulnus e a rendere reale l’obbligo a 16 anni”. “E allora questi preadolescenti entrano precocemente a contatto con un lavoro che non ha regole e tutele: cominciano a fare un lavoretto per uno zio, per un parente, poi un altro nell’impresa di amici di famiglia, mancano a scuola sempre di più, fintantoché non escono definitivamente dal sistema formativo e finiscono tra i lavoratori poveri. Perché non sono qualificati, in un momento in cui poi, tutti siamo chiamati ad aggiornare le nostre competenze”, dice Teselli sottolineando anche che “nel Pnrr pre-Draghi la questione generazionale non è approfondita”.

Le esperienze di lavoro di questi giovanissimi vengono svolte prevalentemente in quattro ambiti: la ristorazione, il settore agricolo, il commercio e l’artigianato. Le esperienze più continuative sono quelle legate al settore della ristorazione e alle attività artigianali. Un ragazzo su 5 dei 14-15enni che lavorano svolgono un’attività di tipo continuativo (quasi 55.000), soprattutto in ambito familiare. C’è poi un’area particolarmente a rischio sfruttamento: si tratta di quei minori che vengono fatti lavorare di notte (dopo le 22.00), o che svolgono un lavoro continuativo lavorando nelle ore serali (dalle 20.00 alle 22.00) e che magari interrompono la scuola per lavorare. O per i quali il lavoro interferisce con lo studio, il lavoro non lascia tempo per il divertimento con gli amici e per riposare, il lavoro viene definito moderatamente pericoloso. E i numeri evidenziati sono impressionanti: sono infatti 28.000 i ragazzi coinvolti in attività “a rischio di sfruttamento”, vale a dire l’11% dei 14-15enni che lavorano. (di Mariangela Pani)

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