Una rete killer da 200 kg alle Tremiti: cosa sono le reti fantasma e perché sono pericolose
di Redazione Ecoseven – 30/06/2026

Una rete a strascico di oltre 200 chili, impigliata su un relitto a 50 metri di profondità nell’Area Marina Protetta delle Isole Tremiti, è stata rimossa nei giorni scorsi in un’operazione subacquea congiunta del Nucleo Carabinieri Subacquei di Pescara, del WWF SUB, del diving MarlinTremiti e del Laboratorio MA.RE. È solo il primo passo: sullo stesso relitto si stima sia intrappolata ancora circa una tonnellata di rete. Ma il dato che dovrebbe colpire non è il peso: è il fatto che quella rete, abbandonata e dimenticata, aveva continuato a catturare e uccidere pesci per chissà quanto tempo. È il fenomeno delle reti fantasma, una delle minacce più sottovalutate del Mediterraneo.
Cosa sono le reti fantasma
Le reti fantasma (in inglese ghost nets) sono attrezzi da pesca — reti, nasse, lenze, palangari — persi, abbandonati o dismessi che restano in mare. Non smettono di funzionare quando il pescatore le perde di vista: continuano a fare esattamente ciò per cui erano state costruite, cioè intrappolare. La differenza è che nessuno le svuota più.
Nel caso delle Tremiti, secondo la ricostruzione dei tecnici, la rete non era frutto di pesca illegale nell’area protetta: era stata trascinata dalle correnti fino a incastrarsi sul relitto, trasformandosi in una trappola. Durante le immersioni i sub hanno trovato all’interno della rete diversi pesci già morti — la prova diretta che il meccanismo era ancora attivo.
Perché una rete abbandonata continua a uccidere per anni
Qui sta il cuore del problema, ed è ciò che distingue una rete fantasma da un rifiuto qualsiasi. Il ciclo si autoalimenta. Un pesce resta intrappolato nelle maglie e muore; la sua carcassa attira predatori e spazzini, che a loro volta si impigliano; questi nuovi animali morti richiamano altri organismi, e così via. È quella che gli studiosi chiamano “pesca fantasma” (ghost fishing): la rete pesca da sola, senza barca e senza equipaggio, potenzialmente per anni.
A questo si aggiunge un secondo danno, più lento ma altrettanto grave. Le reti moderne sono fatte di nylon e altre materie plastiche, che in mare non si degradano: si frammentano. Con il tempo rilasciano microplastiche che entrano nella catena alimentare marina e, attraverso il pesce, potenzialmente anche nella nostra. Una rete fantasma è dunque due minacce in una: una trappola meccanica nell’immediato e una fonte di inquinamento plastico nel lungo periodo.
Il sito delle Tremiti rende la posta in gioco ancora più alta. L’Area Marina Protetta ospita specie come la cernia bruna, le murene e gli scorfani neri, e nei fondali più profondi il raro Corallo Nero, specie protetta e particolarmente sensibile.
Recuperarle è difficile (e per questo la prevenzione conta di più)
L’operazione delle Tremiti spiega bene perché il recupero non possa essere la sola risposta. Per togliere quei primi 200 chili sono serviti circa quindici subacquei, oltre dieci immersioni tra pianificazione ed esecuzione, e un lavoro a 50 metri di profondità — una quota che impone tempi di permanenza ridotti e procedure di sicurezza rigorose. Tutto questo per una sola rete, in un solo sito, di cui resta ancora una tonnellata da rimuovere.
È un intervento ad alto valore ma anche ad alto costo, che non può essere replicato ovunque per ogni attrezzo perso nel Mediterraneo. Ecco perché chi se ne occupa insiste su un punto: prevenire la dispersione vale più che inseguire le reti già perse.
Le soluzioni: marcatura delle reti e recupero rapido
Il recupero delle Tremiti rientra nel progetto Ghost Gear del WWF Italia, finanziato dalla Fondazione Segre, che ha tre obiettivi dichiarati: mappare, recuperare e prevenire la dispersione degli attrezzi da pesca abbandonati. È la parte preventiva quella su cui si concentra l’innovazione.
La leva principale è la tracciabilità. Giulia Prato, responsabile mare del WWF Italia, ha indicato come strada quella dei sistemi di marcatura delle reti, citando in particolare il sistema MyGearTag, testato dal WWF in Italia nell’ambito del progetto europeo EU NETTAG+. L’idea è semplice ed efficace: se ogni attrezzo è marcato e localizzabile, una rete persa può essere ritrovata e recuperata in fretta, prima che diventi una trappola permanente.
Il secondo pilastro è organizzativo: un sistema nazionale di recupero che metta in rete pescatori, Capitanerie di porto e istituzioni, con la segnalazione tempestiva degli attrezzi dispersi. Come ha sottolineato Prato, è un approccio a doppio beneficio — tutela gli ecosistemi e fa risparmiare i pescatori, perché le reti costano e poterle recuperare conviene anche a loro. È il punto che spesso manca nel racconto: la prevenzione delle reti fantasma non è solo ambientalismo, è anche economia per chi vive di pesca.
C’è infine un aspetto meno noto, di restauro ecologico. Una volta liberato, il relitto delle Tremiti non torna semplicemente “pulito”: diventa una risorsa. In un fondale sabbioso o detritico, povero di strutture solide, un relitto offre substrato per alghe, spugne, coralli e briozoi e rifugi per pesci e crostacei. Può trasformarsi, nel tempo, in una vera “isola biologica”. L’obiettivo dell’operazione, infatti, non è solo rimuovere la rete, ma restituire al sito la sua funzione di rifugio per la biodiversità.
Cosa si può fare in pratica
La maggior parte delle reti fantasma è fuori dalla portata del singolo cittadino, ma alcune azioni concrete contribuiscono davvero a ridurre il problema.
- Se fai immersioni o snorkeling e individui una rete o un attrezzo abbandonato, non tentare di rimuoverlo da solo (è pericoloso): segnala posizione e profondità alla Capitaneria di porto o alle associazioni che gestiscono i recuperi.
- Se pesci, anche sportivamente, recupera sempre lenze, ami e reti danneggiate invece di lasciarli in acqua; sostieni e richiedi sistemi di marcatura degli attrezzi.
- Sostieni i progetti di recupero come Ghost Gear, che dipendono in larga parte da finanziamenti privati e fondazioni.
- Scegli pesce da filiere tracciabili e certificate, che adottano pratiche di gestione responsabile degli attrezzi.
- Riduci il consumo di plastica monouso: le reti sono solo una parte dell’inquinamento plastico che soffoca gli stessi ecosistemi.
- Segnala i rifiuti spiaggiati: reti e attrezzi che arrivano a riva possono essere raccolti prima che le correnti li riportino in mare.
- Informa: conoscere il fenomeno della “pesca fantasma” è il primo passo perché diventi un tema di politica ambientale e non solo una notizia di cronaca.
FAQ – Domande frequenti
Cosa sono le reti fantasma?
Sono attrezzi da pesca — reti, nasse, lenze — persi, abbandonati o dismessi che restano in mare e continuano a intrappolare fauna marina. Il termine inglese è ghost nets. Non smettono di “pescare” quando vengono perse: continuano a catturare e uccidere pesci, crostacei e altre specie per anni, senza alcun controllo. Sono considerate una delle principali fonti di rifiuti sui fondali marini.
Perché una rete abbandonata continua a pescare da sola?
Perché innesca un ciclo che si autoalimenta: un animale resta intrappolato e muore, la sua carcassa attira predatori e spazzini che a loro volta si impigliano, e questi nuovi animali morti ne richiamano altri. Il fenomeno si chiama “pesca fantasma” (ghost fishing) e può proseguire per anni finché la rete non viene rimossa o non si degrada completamente.
Le reti fantasma inquinano oltre a intrappolare gli animali?
Sì. Le reti moderne sono fatte di nylon e altre plastiche che in mare non si degradano ma si frammentano, rilasciando microplastiche che entrano nella catena alimentare. Una rete fantasma rappresenta quindi un doppio danno: una trappola meccanica nell’immediato e una fonte di inquinamento plastico a lungo termine.
Come si possono prevenire le reti fantasma?
La strada principale è la tracciabilità degli attrezzi: sistemi di marcatura come MyGearTag, testato dal WWF nell’ambito del progetto europeo EU NETTAG+, permettono di localizzare e recuperare rapidamente una rete persa. A questo si affianca un sistema di recupero che coinvolga pescatori, Capitanerie di porto e istituzioni, basato sulla segnalazione tempestiva degli attrezzi dispersi.
Cosa devo fare se trovo una rete abbandonata in mare?
Non tentare di rimuoverla da solo: il recupero in profondità è un’operazione tecnica e pericolosa, che alle Tremiti ha richiesto quindici subacquei e oltre dieci immersioni. La cosa giusta è segnalare la posizione e la profondità alla Capitaneria di porto o alle associazioni che coordinano i recuperi, così che possano intervenire in sicurezza.
In breve
Il recupero dei 200 chili di rete alle Tremiti, dentro il progetto WWF Ghost Gear, è una buona notizia ma anche un promemoria: per ogni rete tolta dai fondali ne restano innumerevoli altre, e solo su quel relitto manca ancora circa una tonnellata. Le reti fantasma sono pericolose perché continuano a uccidere per anni e rilasciano microplastiche, e recuperarle è costoso e complesso. Per questo la vera partita si gioca sulla prevenzione: marcatura degli attrezzi, segnalazione rapida e un sistema nazionale di recupero che renda conveniente, anche per i pescatori, non lasciare le reti in mare.
ATTENZIONE: Questo articolo ha finalità puramente informative e di sensibilizzazione ambientale. In caso di avvistamento di reti o attrezzi abbandonati in mare è fondamentale non intervenire autonomamente e rivolgersi alla Capitaneria di porto o agli enti competenti, poiché il recupero subacqueo è un’operazione tecnica e potenzialmente pericolosa. Fonti principali: WWF Italia, progetto Ghost Gear (finanziato dalla Fondazione Segre) e progetto europeo EU NETTAG+; dichiarazioni di Giulia Prato (responsabile mare WWF Italia), Riccardo Ginex (vice comandante Centro Subacquei dei Carabinieri) e Adelmo Sorci (responsabile scientifico diving MarlinTremiti e Laboratorio MA.RE.); agenzia askanews e stampa per la ricostruzione dell’operazione del 26 giugno 2026.
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