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Ciclismo: Colbrelli si ritira, ‘ho pensato di togliere il defibrillatore ma la vita è troppo preziosa’

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Roma, 30 ott. – (Adnkronos) – Sonny Cobrelli dice addio al ciclismo. Il corridore italiano, trionfatore della Parigi-Roubaix del 2021, al Giro di Catalogna nello scorso marzo aveva subito un arresto cardiaco subito dopo l’arrivo della tappa, e per questo motivo si è dovuto sottoporre a un intervento per installare un defibrillatore sottocutaneo. Le ragioni dell’addio le ha spiegate lo stesso Colbrelli nel comunicato ufficiale pubblicato dal suo team, la Bahrain Victorius: “Dopo quanto successo in Catalogna, la speranza di poter continuare ad essere un corridore professionista non mi ha mai abbandonato, seppur minima. Sapevo che la via del ritorno sarebbe stata difficile con un defibrillatore. In Italia non è consentito dalla legge. Con il supporto dello staff medico, diretto dal dottor Zaccaria, non mi sono arreso. Ho ripreso a pedalare sotto stretto controllo medico e ho subito diverse visite e consulenze con specialisti del settore. Tra questi, il direttore della Clinica Universitaria di Padova, Prof. Corrado, che ha seguito l’impianto del defibrillatore. E una valutazione è stata fatta anche da chi ha seguito casi simili, come il calciatore Christian Eriksen, che, come me, ha il defibrillatore e ha ripreso la sua carriera professionale. Ma il ciclismo non è calcio. È uno sport diverso; guidi per le strade. Non si gioca su un campo da calcio, dove, in caso di necessità, gli interventi dell’équipe medica possono essere tempestivi. Le loro attività di allenamento si svolgono in un’area circoscritta, mentre nel caso di un corridore ti ritrovi spesso solo per ore su strade poco trafficate”.

“Ammetto di aver considerato di rimuovere il defibrillatore -aggiunge Colbrelli-. Ma come accennato, il ciclismo è diverso dal calcio. Per i motivi citati, ma soprattutto, anche per l’intensità dello sforzo. Ma prima di tutto rimuovere il defibrillatore è contro la pratica medica e significa rimuovere un salvavita necessario come prevenzione secondaria. Un rischio troppo alto. Un rischio che non posso permettermi di correre. Per me, per l’opportunità che la vita, Dio in cui credo, mi ha dato. Per Adelina, per Vittoria e per Tomaso. Per i miei genitori. Dico addio al ciclismo e provo a farlo con il sorriso per il bene che mi ha dato, anche se dire addio dopo una stagione come l’anno scorso fa male. È stata la cosa migliore della mia carriera. Ho imparato cosa offre la vita. Ma restituisce anche in una forma diversa. Sono pronto a continuare a cercare di essere un campione, come sulla bici”.

“Rimarrò nel ciclismo con la Bahrain Victorious, che mi è stata vicino come una seconda famiglia e mi accompagnerà in questo periodo di transizione da corridore a un nuovo ruolo che si evolverà quotidianamente. Sarò un ambasciatore per i nostri partner, lavorerò a stretto contatto con il gruppo delle prestazioni e condividerò la mia esperienza con i miei compagni di squadra. Sono stato felice di vedere come i bambini mi hanno preso come modello negli ultimi mesi. Forse, mi dico, perché l’uomo coperto di fango sembra un po’ un supereroe. Per loro vorrei fare qualcosa prima o poi. Nel frattempo avrò anche l’opportunità di essere un riferimento per il Team Bahrain Victorious e le squadre di sviluppo: Cycling Team Friuli e Cannibal U19. Nuove sfide mi aspettano e con coraggio mi preparo ad affrontarle. Voglio farlo con il sorriso sulle labbra. Continuerò a gioire di ogni corsa che farò, anche solo per divertimento e non più per competizione”, conclude il 32enne bresciano.