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Allergologo Tedeschi: “Asma allergico scudo verso conseguenze gravi Covid”

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Roma, 29 nov. (Adnkronos Salute) – “All’inizio della pandemia eravamo preoccupati che i pazienti allergici fossero a rischio di presentare le conseguenze più gravi dell’infezione da Sars-Cov-2. Invece, sorprendentemente, ci rendemmo conto che i pazienti con asma allergico ricoverati per polmonite da Covid erano una piccolissima percentuale, inferiore a quella di pazienti asmatici sulla popolazione generale. Successivamente, altri dati hanno dimostrato che l’asma allergico riduce il rischio di sviluppare una polmonite grave da Sars-Cov-2 mentre il rischio nei pazienti con asma non allergico è sovrapponibile a quello della popolazione generale e nei casi di asma scarsamente controllato il rischio può essere addirittura aumentato. Dipende quindi dai tipi di asma, quello allergico sembra essere ‘protettivo’ rispetto allo sviluppo di polmonite grave nei pazienti Covid”. Così Alberto Tedeschi, responsabile Unità Medicina Interna Ospedale di Seriate (Bergamo), a margine del congresso nazionale dell’Associazione allergologi immunologi italiani territoriali e ospedalieri (Aaiito), in corso a Firenze.

I primi studi – è stato ricordato durante i lavori del congresso – arrivarono proprio dalla Cina: vennero pubblicati dei dati, raccolti nella prima fase della pandemia, a Wuhan. La percentuale di pazienti asmatici ricoverati per Sars Cov-2 era lo 0,9% mentre la prevalenza dell’asma sulla popolazione generale era del 6-7%.

Tra i vari studi che hanno confermato i dati anche uno multicentrico realizzato dagli allergologi Aaiito durante la prima ondata della pandemia. L’indagine condotta su 500 pazienti ricoverati per polmonite Covid-19 ha evidenziato che la percentuale di pazienti affetti anche da asma bronchiale era molto bassa, inferiore a quello della popolazione generale. Quindi l’asma allergico si differenzia da altre patologie che aumentano il rischio di polmonite grave Covid-19, come la bronchite cronica (Bpco), l’obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari e l’insufficienza renale cronica.

E che l’asma allergico riduca il rischio di polmonite grave Covid-19 emerge anche da studi multicentrici europei e internazionali condotti su popolazioni più vaste. La spiegazione – spiegano gli esperti di Aaiito – risiede nella patogenesi della polmonite Covid-19. Nella polmonite da virus Sars-CoV-2, infatti, sono state identificate varie fasi: una iniziale, che corrisponde alla replicazione virale, e una fase successiva che compare dopo 7-10 giorni dall’esordio dei sintomi, in cui si possono sviluppare le complicanze più gravi: la polmonite e l’insufficienza respiratoria. Questa seconda fase è caratterizzata dalla produzione di citochine TH1, in particolare vengono prodotti alti livelli di interleuchina 6 e interleuchina 1. Questa risposta infiammatoria violenta porta al danno polmonare, all’insufficienza respiratoria e, nei casi più gravi, alla necessità di intubazione.

“Il paziente con asma allergico – sottolinea Tedeschi – ha preferenzialmente una risposta TH2 caratterizzata dalla produzione di citochine TH2 . Quindi l’orientamento del sistema immunitario dei pazienti con asma allergico a produrre risposte di tipo TH2, in un certo senso, protegge dalle conseguenze più gravi dell’infezione da Sars-CoV-2, che sono dovute alla cosiddetta ‘cytokine storm” (tempesta citochinica). L’effetto protettivo non sembra valere invece per le forme di asma non allergico, in cui non c’è una risposta immunitaria preferenziale di tipo TH2”.

Dal punto di vista della terapia, l’infezione da Covid-19 – secondo gli esperti Aaiito – non ha avuto un grosso impatto. “Si è visto che le terapie seguite dai pazienti asmatici allergici, come broncodilatatori, steroidi e farmaci biologici non rappresentano un fattore di rischio per lo sviluppo delle complicanze più gravi – conclude Tesdeschi -. Tuttavia, è stato dimostrato che i pazienti asmatici o affetti da malattie autoimmuni sistemiche, che assumevano dosi elevate di cortisonici per bocca erano più a rischio della popolazione generale di sviluppare una polmonite grave. Questo perché – spiega ancora l’esperto – la terapia cortisonica sistemica prima dell’infezione potrebbe facilitare la replicazione virale nella prima fase della malattia mentre nella seconda fase della polmonite Covid-19 (dopo 7-10 giorni dalla comparsa dei sintomi) il cortisone è utile per spegnere quella risposta immunitaria violenta che porta al danno polmonare”.