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Gentilezza VS insulti: chi vince sui social network?

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Una sfida impari, ma le ragioni risiedono nella nostra vita reale

Ci avete mai fatto caso che sui Social Media la gente si appassiona più alle situazioni negative, agli scontri e agli insulti, più che a storie di vita normale oppure a lieto fine?

Perché’? Cosa ci spinge a farci coinvolgere in queste situazioni negative?

Facciamo un passo indietro, ancora prima che esistessero i social media. Ricordate il problema della violenza negli stadi? Non c’era sempre un motivo per cui le tifoserie arrivavano allo scontro, ma c’era spesso un desiderio da entrambe le parti di trasformare lo stadio in una sorta di valvola di sfogo per chi è arrabbiato e deluso dalla vita e cerca di sfogare questa sua frustrazione allo stadio cantando insulti agli altri.

Ora immaginate di non dover aspettare la domenica per sfogarvi, ma di avere uno strumento attivo 24 ore al giorno, che ti da accesso a una audience molto più ampia.

Inoltre, ti permette di celarti dietro una tastiera, dando la possibilità di fare cadere le proprie inibizioni e paure, diventando veri e propri leoni da tastiera, senza il rischio di prendercele di santa ragione. Difficilmente se avessimo un uomo grande e grosso davanti a noi, avremmo il coraggio di insultarlo. Di persona, infatti, tendiamo a reprimere certi istinti, un po’ per paura, un po’ per buona educazione.

Pensateci bene. A volte, quasi inconsciamente, apriamo la pagina di un social media con il semplice intento di dimenticare la vita reale e immergerci nei problemi degli altri o situazioni molto grandi ma distaccate dalla nostra vita giornaliera (politica, economia, persone dello spettacolo etc.). Andiamo alla ricerca di qualche post o articolo caratterizzato da un tono polemico, per cavalcare anche noi l’onda scrivendo commenti a tono, o almeno commentando ad alta voce, senza avere il coraggio di contribuire in forma scritta. Abbiamo un bisogno celato di dover sfogare le varie insoddisfazioni che la vita ci regala, e quale modo migliore di farlo se non in un mondo virtuale dove non sempre si sa chi si ha di fronte?

In rete, soprattutto attraverso i social network si è protetti dall’anonimato.

Ci si sente addirittura legittimati a commentare, con messaggi carichi di odio, sconosciuti e soprattutto personaggi celebri. Spesso per pura invidia.

Una volta mi sono chiesto: “ma se quasi tutti litigano e si sfogano, perché’ si chiamano social?!”. Raccontai ad un amico l’idea folle di creare un nuovo network: “l’UNSOCIAL MEDIA”. Un luogo dove l’unico modo per partecipare era trovare qualcuno con cui litigare e sfogarsi. Una sorta di sfogatoio online. Per fortuna mi riportò con i pedi per terra, facendomi ragionare sul fatto che già sugli attuali social media, in alcuni casi l’odio scoppia online ma i conti vengono regolati di persona. Capii che se avessi creato l’unsocial media, avrei scatenato il far west della frustrazione, di fatto incentivando la criminalità.

La verità è che tutti noi accumuliamo rabbia a causa di avvenimenti frustranti, cercando di equiparare gli interlocutori, anche loro arrabbiati per altri motivi, con le persone o le situazioni che ce le hanno provocate, cercando di fargliela pagare, tanto anche loro saranno colpevoli nei confronti di qualcun altro.

Un ragionamento senza senso ma che noi accettiamo, chiudendo gli occhi, le orecchie e la bocca come le tre scimmiette, pur di soddisfare i nostri egoismi.

La soluzione, anche se un po’ utopica, sarebbe l’assertività, ovvero la capacità umana di esprimere in maniera chiara ed efficace le proprie emozioni ed idee, senza calpestare ed offendere gli altri. Ma è molto difficile, perché’ come dicevano gli autori Matteo Molinari, Gino & Michele: “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano.”

 

Marcello Sasso
Vice President – Aimpoint Research

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