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Ex Ilva, Federmanager: serve discontinuità ma l’area a caldo va conservata

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Roma, 22 ott. (Labitalia) – Una soluzione impiantistica che permetta una transizione industrialmente ed economicamente accettabile per l’ex-Ilva di Taranto, con l’obiettivo di realizzare una progressiva decarbonizzazione della produzione di acciaio, è quanto avvalorato dall’evento “Ex-Ilva, quale futuro?” di Federmanager ora in onda in diretta streaming. “Ma non si può perdere altro tempo – sottolineano i manager che hanno elaborato lo studio presentato oggi -. Lo stabilimento di Taranto va salvato sia dal punto di vista produttivo sia ambientale e occupazionale”. “Abbiamo l’occasione per segnare una discontinuità, ma è impensabile fare a meno dell’area a caldo -ha esortato Mario Cardoni, direttore generale Federmanager-.Il Recovery fund può darci una grande mano, se sapremo spendere bene le risorse. Da anni c’è una sovracapacità produttiva, ma attenzione la qualità del nostro acciaio è migliore, l’estinzione dell’ex Ilva farebbe comodo a molti, ma farebbe molto male al nostro Paese”.

“Occorre andare oltre la sterile contrapposizione – ha ribadito nella relazione introduttiva Marco Vezzani, presidente di Federmanager Liguria -, tra chi vuole semplicemente chiudere lo stabilimento e chi ritiene si possa andare avanti così, con semplici aggiustamenti di facciata: occorre coraggio e imprenditorialità ma anche saper guardare a quanto fanno i paesi più all’avanguardia”.

Relativamente al piano, si è detto che un Paese industrializzato come il nostro che ha quote importanti di export proprio nella meccanica e quindi, per definizione, ha bisogno d’acciaio di qualità, non può fare a meno di una siderurgia di base forte. La produzione obiettivo di Taranto è pari a 8 milioni di tonnellate all’anno, ma secondo la proposta tecnica di Federmanager potrebbe essere raggiunta attraverso una rimodulazione impiantistica a 2 cicli integrati, distinti ma coordinati tra loro. Il primo ciclo, quello tradizionale, dovrebbe portare a una produzione degli altoforni 4 e 5 di circa 6 Mt/annue. Il secondo ciclo, del tutto nuovo, basato sulla tecnologia della riduzione diretta e forno elettrico, sarebbe in grado di produrre inizialmente i restanti 2 Mt/a. Relativamente alla questione della sostenibilità ambientale, il piano prevede un investimento ulteriore su metano/elettrico rispetto a quanto già previsto per l’autorizzazione integrata ambientale (AIA).

“Non ci sono ancora soluzioni alternative pronte che siano competitive al carbone -ha avvertito Cardoni-. Ma la riconversione si può fare, e si dovrà fare necessariamente con gradualità, con pesanti investimenti e con il tempo necessario. Occorre anche un team di risorse manageriali e professionali ben qualificate e amalgamate che sia in grado di guidare il processo”.

“Peraltro, il vero pericolo per i polmoni dei cittadini – ha sostenuto ancora Vezzani – non è l’anidride carbonica, che va comunque ridotta perché responsabile del riscaldamento globale, ma polveri di ferro e carbone, diossine, polveri sottili che vanno abbattute con gli interventi drastici che lo studio Federmanager suggerisce e che porterebbero tali emissioni largamente al di sotto del livello di quelle delle auto di un centro urbano”.

I saluti del presidente Federmanager Stefano Cuzzilla e del presidente del Cnel Tiziano Treu, hanno aperto i lavori dell’evento “Ex-Ilva, quale futuro?”. Alle proposte presentate dallo studio dei manager, su cui fondare il nuovo piano industriale del Gruppo, è seguito quindi il dibattito, moderato da Guido Fontanelli di Panorama, a cui hanno partecipato Antonio Marinaro, presidente di Confindustria Taranto, Rocco Palombella, segretario generale Uilm – Uil, Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim – Cisl, Bruno Manganaro, segretario generale Fiom – Cgil di Genova.

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