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Recovery, Moggi (Westpole): “Per digitalizzazione in arrivo cifra enorme, serve più controllo su spese”

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Roma, 18 mag. (Labitalia) – “La prima missione del Pnrr relativa a “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” ha una dotazione di oltre 40 miliardi di euro, una cifra enorme, ma che non potrà essere spesa se non nelle infrastrutture chiave per i prossimi decenni, come scuole, ospedali, tutela del patrimonio storico e artistico, sistemi di controllo delle emissioni ambientali, di consumo del suolo. Questi investimenti hanno il potenziale di cambiare la società nella quale viviamo, e soprattutto, nella quale vivranno i nostri figli: oltre alla visione di lungo termine, quindi, sarà necessaria l’implementazione di meccanismi di revisione e controllo della spesa per evitare che i buoni propositi di trasformazione del Paese si perdano nei mille rivoli degli interessi di parte”. Lo dice ad Adnkronos/Labitalia Massimo Moggi, una carriera trentennale nell’It in Usa e in Europa, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa nel corso di “Innovazione come processo evolutivo”, presidente e Ceo di Westpole.

Pnrr obbligherà istituzioni a rivedere intera epoca di politiche industriali

Westpole è un system integrator che offre soluzioni di Cloud e Managed Service, con sedi a Roma, Milano, Bologna e Venezia e che di recente ha ampliato le proprie attività anche in Belgio e Lussemburgo (diventando Westpole Europe, gruppo con fatturato di 900 milioni di euro). Per Moggi, “la difficoltà principale per il nostro Paese sarà quella di cambiare un paradigma: se per anni ’innovazione digitale’ è stato sinonimo di potenziamento dell’industria e dei servizi, i meccanismi di erogazione dei fondi europei obbligheranno le istituzioni a rivedere da capo un’intera epoca di politiche industriali e a ragionare sui cambiamenti tecnologici in funzione della transizione ecologica dell’Italia”. “Se prima dell’emergenza sanitaria digitalizzare significava in concreto automatizzare gli uffici, portare il web nelle abitazioni private e fare evolvere l’industria verso il ‘4.0’, oggi ci troviamo di fronte a una condizione molto più impegnativa, dove l’innovazione dovrà certamente rappresentare un volano per la crescita, ma soprattutto essere sostenibile”, ricorda Moggi.

‘Non manca capitale umano, ma sistema che favorisca innovazione’

Quello che manca alle aziende italiane per affrontare questo epocale passaggio al digitale non è il personale. “Il problema numero uno delle imprese italiane non è mai stato quello del capitale umano, -spiega Moggi che del tema ‘lavoro del futuro’ si è occupato molto, concentrandosi anche sulla sostituzione di alcune mansioni da parte dell’Intelligenza Artificiale e sul ruolo delle Big Tech nel processo di ri-formazione e allocazione della forza lavoro- bensì quello di non sapere creare un sistema in grado di favorire l’innovazione. Non esiste praticamente nessun settore nell’ultimo secolo dove l’Italia non sia stata capace di sfornare eccellenze in materia, ma spesso le menti più creative e i manager più capaci sono costretti ad emigrare per trovare condizioni più favorevoli dove fare impresa”. “L’entità delle risorse di cui parliamo in queste ultime settimane è talmente ampia che rappresenterà un banco di prova inedito per le nostre istituzioni. Serve un piano di politica industriale efficiente in grado di sostenere (o anche solo di non ostacolare) gli innovatori e le realtà innovative, investendo nelle infrastrutture realmente utili e non in quelle politicamente più convenienti, agevolando il trasferimento di competenze tra imprese, start-up e università”, sottolinea l’esperto. “Dal punto di vista strategico, gli imprenditori italiani sono senza dubbio tra i più raffinati al mondo: il problema, però, si pone quando arriva il momento della cosiddetta ‘execution’. Personalmente, avendo lavorato per tanti anni negli Stati Uniti, non ho mai visto oltreoceano un gap in termini di creatività quanto piuttosto di pragmaticità, perché molto spesso noi italiani ci perdiamo nell’organizzazione di innumerevoli riunioni e brainstorming quando invece sarebbe più utile formare personale preparato al quale delegare i singoli progetti da portare avanti”, dicee Moggi.

‘Penultimi su Fondi Ue, è ora di una svolta’

“Quello che tutti ci auguriamo è di riuscire finalmente a utilizzare i fondi a disposizione per i tanti progetti preventivati, contrariamente a quanto successo troppe volte in passato. L’Italia è risultata penultima per capacità di assorbimento dei fondi di coesione previsti tra il 2014 e il 2020, con circa il 38% di utilizzo delle risorse effettivamente erogate dall’Unione Europea, e questo è un dato che di certo non sorprende”, aggiunge ancora il presidente e Ceo di Westpole, service provider e system integrator che opera in Italia, Belgio e Lussemburgo e che si avvale di oltre 230 professionisti su quattro sedi (tra Roma, Milano, Bologna e Padova) e due data center altamente certificati (a Roma e Milano). “Troppo spesso infatti hanno prevalso logiche di ‘lottizzazione’ dei fondi che hanno offuscato la razionalità strategica della spesa pubblica -prosegue Moggi-: invece di individuare correttamente i settori e le filiere sulle quali concentrare gli sforzi, si è spesso perso tempo a cercare di accontentare una miriade di piccoli progetti figli di promesse da campagna elettorale, che il più delle volte non hanno nemmeno visto la luce”. “Un esempio su tutti -osserva Moggi- è la tanto dibattuta didattica a distanza: per quanto sia innegabile come il contatto umano tra studenti (e tra studenti e insegnanti) nelle classi sia un punto fondamentale per lo sviluppo di bambini e ragazzi, viviamo in un Paese dove la popolazione è distribuita a macchia di leopardo su oltre 8.000 comuni, mentre i centri d’istruzione di eccellenza sono concentrati in pochissime grandi città”.

I rischi di ritorno al passato

C’è un rischio nell’avanzamento dei processi di digitalizzazione, avverte Moggi. “Quello che sembra stia accadendo è una volontà di ritorno alla situazione pre-pandemia, come a volersi lasciare alle spalle tutto ciò al quale siamo stati costretti per mesi, con il rischio di perdere anche i lati positivi che la maggiore adozione della tecnologia ha portato. Sarebbe fondamentale, invece, ripensare la didattica in ottica ‘mista’, in funzione anche dei tanti ragazzi che per motivi di provenienza sul territorio si trovano in una situazione di svantaggio”, sottolinea l’esperto. Le cose stanno comunque cambiando e ora, dice Moggi ancora sul Pnrr, “dopo un ventennio di politiche europee votate all’austerity e al rispetto delle regole di bilancio, stiamo vivendo una situazione in cui anche l’Italia (nonostante indicatori di spesa e debito pubblico ancora da “ultimi della classe”) può intraprendere una strada di investimenti sui settori chiave”. “A livello sia di imprese private sia di Pubblica Amministrazione, ci troviamo ora in un momento di discontinuità dove dopo decenni di forte carenza di finanziamenti abbiamo una potenziale abbondanza di fondi a disposizione”, conclude.

Interventi diversificati per Pmi

La digitalizzazione è la sfida lanciata dal Recovery Plan a tutte le aziende italiane. Ma come diversificare gli interventi finanziati dal Pnrr, tenendo conto della differenza dimensionale e di mission delle aziende che compongono il tessuto produttivo italiano? “Bisogna tenere separate le esigenze delle piccole aziende locali senza pretese di espansione (che in Italia sono tante e di successo in moltissimi campi) da quelle delle realtà che invece si vogliono inserire in un settore fortemente competitivo a livello globale e che, per sopravvivere devono per forza crescere e internazionalizzarsi”, dice Massimo Moggi. “Mentre alle prime può essere sufficiente dedicare progetti di educazione digitale (per fare un esempio banale, la cybersecurity è un problema che anche la pasticceria del piccolo comune di provincia deve sapere oggi affrontare, data la crescente mole di minacce provenienti da semplici email o profili social), è sul secondo tipo di imprese che andrebbe orientata la dinamica degli investimenti, magari a partire da politiche di defiscalizzazione che ‘livellino’ il campo da gioco con le altre nazioni europee”, spiega l’esperto. “Sul piano tecnologico, credo sia importante che alcune infrastrutture strategiche vengano acquisite e gestite dal settore pubblico. Per fare un esempio gli investimenti sulla fibra ottica, anche nelle aree a fallimento di mercato, così come quella sul 5G sono sicuramente importanti ma non tengono conto delle tante comunità montane, dove l’unica connessione a banda larga possibile è quella satellitare. Se uno degli obiettivi dichiarati del Pnrr è quello di aiutare le aree più penalizzate a livello infrastrutturale, lo Stato deve pensare anche a chi oggi grazie alle potenzialità del digitale vuole studiare o fare impresa nel proprio piccolo paese di origine. La riduzione di emissioni di anidride carbonica non si raggiunge solamente con il potenziamento del trasporto pubblico nelle grandi città, ma anche riducendo la necessità di spostamenti quotidiani verso le città stesse”, conclude Moggi.

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