La Cina elimina corsi di laurea (12.000) e riscrive la scuola per l’era dell’AI: cosa significa davvero?
di Redazione Ecoseven – 25/06/2026

La Cina elimina corsi di laurea e si proietta verso il futuro. Tra il 2021 e il 2025 le università cinesi hanno cancellato o sospeso 12.200 corsi di laurea, sostituendoli con circa 10.200 nuovi programmi orientati a intelligenza artificiale, robotica e tecnologie avanzate. Lo rivelano i dati del Ministero dell’Istruzione cinese ripresi dall’agenzia statale Xinhua. Si tratta di una delle riforme dell’istruzione superiore più radicali degli ultimi decenni: ha toccato oltre il 30% dell’intera offerta universitaria del Paese in soli quattro anni. I tagli si sono concentrati su arti, discipline umanistiche, lingue straniere e management, considerati ambiti sovraffollati o poco spendibili. Dietro la mossa ci sono due pressioni precise: una grave disoccupazione giovanile (oltre il 16%) e la corsa di Pechino a diventare leader mondiale nelle “industrie del futuro”. Ecco cosa significa davvero questa scelta, e perché interessa anche l’Occidente.
immaginiamo che, nel giro di quattro anni, quasi un terzo dei corsi di laurea di un intero Paese venga riscritto: alcuni cancellati, altri creati da zero. La Cina ha deciso di allineare il proprio sistema universitario agli obiettivi industriali dello Stato, trattando l’istruzione come una leva strategica al pari degli investimenti in infrastrutture o ricerca. È un’operazione che dice molto su come Pechino immagina il futuro del lavoro — e che pone domande scomode anche a noi.
Cosa è successo: perchè la Cina elimina corsi di laurea?
Partiamo dai fatti, perché sono di per sé impressionanti. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione cinese, tra il 2021 e il 2025 gli atenei del Paese hanno revocato o sospeso 12.200 corsi di laurea di primo livello (undergraduate), introducendone nello stesso periodo circa 10.200 di nuovi.
Il risultato netto è che oltre il 30% dell’intera offerta formativa universitaria nazionale è stato modificato in quattro anni. Una trasformazione di questa portata e velocità non ha molti precedenti nei grandi sistemi educativi mondiali.
I tagli non sono stati distribuiti a caso. Si sono concentrati soprattutto su quattro aree: arti, discipline umanistiche, lingue straniere e management — campi che le autorità cinesi considerano ormai sovraffollati o non più allineati alla direzione dell’economia del Paese.
Cosa nasce al posto dei corsi cancellati
Dall’altro lato, i nuovi programmi raccontano con chiarezza dove la Cina vuole andare. Gli oltre 10.000 corsi introdotti sono quasi tutti concentrati su tecnologie e settori che Pechino giudica strategici.
Tra le novità più significative figurano corsi in intelligenza artificiale, intelligenza incorporata (embodied intelligence, cioè l’AI applicata a robot e macchine capaci di percepire e agire nel mondo fisico), interfacce cervello-computer, robotica agricola, ingegneria dei semiconduttori, scienza dei dati, tecnologie quantistiche e scienza della neutralità carbonica. Atenei di primo piano come l’Harbin Institute of Technology e la Beihang University sono già stati autorizzati ad aprire percorsi in embodied intelligence.
È una scelta che si inserisce nella strategia nazionale con cui la Cina punta a diventare leader globale nelle cosiddette “industrie del futuro“, riducendo la dipendenza dai settori tradizionali a favore di un’economia ad alta tecnologia.
Perché lo ha fatto: la crisi del lavoro giovanile
Dietro la riforma per la quale la Cina elimina corsi di laura non c’è solo entusiasmo tecnologico, ma una necessità economica concreta e pressante, ed è importante capirla per non leggere la notizia in modo superficiale.
La Cina affronta una grave crisi occupazionale giovanile: la disoccupazione tra i giovani ha superato il 16% negli ultimi mesi. A questo si aggiunge la pressione dei numeri: si stima che oltre 12 milioni di neolaureati entrino nel mercato del lavoro cinese nel 2026. Per molti di loro, il vecchio schema — ti laurei, trovi un lavoro coerente con il titolo, costruisci una carriera stabile — non funziona più.
A rendere tutto più urgente c’è l’impatto dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando o rendendo obsolete intere mansioni. Un esempio concreto citato dalla stampa cinese: l’Università di Shanghai per la Scienza e la Tecnologia ha sospeso le ammissioni al corso di design del prodotto, dopo che i docenti hanno concluso che l’AI stava assorbendo molti compiti tradizionali della disciplina, come la modellazione e il rendering.
La riforma non si ferma all’università. Pechino l’ha abbinata a una campagna di riqualificazione più ampia: il Ministero delle Risorse Umane si è impegnato a fornire competenze in AI a un milione di giovani, e sono stati lanciati programmi che alternano un anno di studio a un anno di tirocinio. C’è poi un piano nazionale, chiamato “AI+ Education”, che mira a integrare l’intelligenza artificiale lungo tutto il percorso formativo, dalle scuole di base fino alla formazione continua.
Le critiche: una soluzione che funziona davvero?
Qui serve onestà intellettuale, perché una riforma così drastica non è esente da rischi, e gli stessi esperti cinesi li segnalano.
La prima obiezione riguarda l’efficacia di lungo periodo. Chu Zhaohui, ricercatore senior dell’Istituto Nazionale di Scienze dell’Educazione di Pechino, ha osservato che molti dei corsi appena cancellati erano stati creati solo pochi anni prima, durante una precedente ondata di riforme: alcune lauree sono quindi diventate obsolete prima ancora di avere il tempo di maturare. Il rischio, avverte, è inseguire all’infinito la tecnologia sostituendo un corso con un altro, senza mai stare al passo. La sua proposta è diversa: rendere l’università più flessibile, dando agli studenti la libertà di costruirsi percorsi trasversali invece di puntare tutto su una singola specializzazione.
La seconda critica riguarda il valore delle discipline umanistiche. Concentrare le risorse quasi solo sui campi tecnici solleva il timore di impoverire la diversità di pensiero e la capacità di analisi critica. Tra gli studenti, alcune voci hanno protestato sostenendo che ridurre drasticamente i corsi che coltivano il pensiero indipendente sia una scelta miope. È un nodo delicato: le competenze tecniche servono al mercato, ma una società ha bisogno anche di pensiero critico, etica e capacità di comprendere il contesto sociale.
Cosa significa concretamente (anche per l’Occidente) che la Cina elimina corsi di laurea?
Tradotto in implicazioni pratiche, questa vicenda offre alcuni spunti che vanno oltre i confini cinesi.
Per il dibattito europeo e italiano, il caso cinese è uno specchio utile. Mentre la Cina ha scelto di eliminare e ricreare i corsi dall’alto, l’Occidente sta seguendo una via diversa e più graduale: integrare l’AI dentro i percorsi esistenti, aggiungendo competenze digitali a lauree umanistiche o economiche, anziché cancellarle. Anche in Italia il tema è sul tavolo: associazioni di categoria come Confcommercio chiedono da tempo una revisione dei percorsi universitari per renderli più coerenti con il mercato, e le nuove indicazioni per i licei aprono all’intelligenza artificiale come tema trasversale.
Per chi studia o orienta i figli, la lezione di fondo non è “abbandonare le materie umanistiche”, ma prendere atto che il mercato del lavoro cambia in fretta. La direzione più solida, secondo molti esperti, non è la super-specializzazione rigida, ma la capacità di combinare competenze tecniche e trasversali: saper dialogare con l’AI mantenendo pensiero critico e adattabilità.
Per la competizione economica globale, infine, la mossa cinese è un segnale strategico difficile da ignorare. Formare in tempi rapidi grandi quantità di tecnici nei settori chiave è un modo per costruire un vantaggio competitivo nelle industrie del futuro. Il modello solleva interrogativi legittimi sulla libertà accademica e sul ruolo dello Stato, ma sul piano della visione industriale è una scommessa esplicita sul domani.
FAQ – Domande frequenti
Quanti corsi di laurea ha eliminato la Cina?
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione cinese ripresi dall’agenzia Xinhua, tra il 2021 e il 2025 le università cinesi hanno revocato o sospeso 12.200 corsi di laurea di primo livello, introducendone circa 10.200 nuovi. Complessivamente, la riforma ha interessato oltre il 30% dell’intera offerta universitaria del Paese.
Quali corsi sono stati tagliati e quali introdotti?
I tagli si sono concentrati su arti, discipline umanistiche, lingue straniere e management, considerati ambiti sovraffollati o poco spendibili. I nuovi corsi riguardano soprattutto intelligenza artificiale, intelligenza incorporata (embodied intelligence), robotica, interfacce cervello-computer, semiconduttori, scienza dei dati e tecnologie quantistiche, in linea con le priorità industriali di Pechino.
Perché la Cina elimina corsi di laurea oggi?
Per due ragioni principali: una grave disoccupazione giovanile, salita oltre il 16%, e la volontà di diventare leader mondiale nelle tecnologie del futuro. Con oltre 12 milioni di neolaureati attesi sul mercato del lavoro nel 2026 e l’AI che rende obsolete molte mansioni, Pechino punta a formare competenze immediatamente spendibili nei settori strategici.
Quali sono le critiche a questa scelta?
Gli esperti segnalano due rischi. Il primo è l’inseguimento continuo della tecnologia: alcuni corsi cancellati erano stati creati pochi anni prima, e sostituirne uno con un altro potrebbe non bastare. Il secondo è l’impoverimento delle discipline umanistiche e del pensiero critico, se le risorse si concentrano quasi solo sui campi tecnici. Alcuni propongono invece percorsi più flessibili e trasversali.
Cosa significa per l’Italia e l’Europa?
Il caso cinese è un punto di confronto. L’Occidente sta seguendo una via più graduale: integrare l’AI nei corsi esistenti anziché cancellarli. In Italia si discute di rivedere i percorsi universitari per allinearli al mercato, e le nuove indicazioni per i licei aprono all’intelligenza artificiale. La direzione più condivisa è combinare competenze tecniche e trasversali, senza rinunciare al pensiero critico.
In breve
Tra il 2021 e il 2025 la Cina ha cancellato o sospeso 12.200 corsi di laurea, sostituendoli con circa 10.200 nuovi programmi su intelligenza artificiale, robotica e tecnologie avanzate: una delle riforme universitarie più radicali di sempre, che ha toccato oltre il 30% dell’offerta formativa nazionale in quattro anni (dati Ministero dell’Istruzione cinese via Xinhua). I tagli hanno colpito soprattutto arti, discipline umanistiche, lingue e management. Le ragioni sono economiche: una disoccupazione giovanile oltre il 16% e la corsa a dominare le “industrie del futuro”, con oltre 12 milioni di neolaureati attesi nel 2026. La riforma è accompagnata da una campagna di riqualificazione (un milione di giovani da formare in AI) e da un piano, “AI+ Education”, che integra l’intelligenza artificiale dalle scuole di base in su. Non mancano le critiche: il rischio di inseguire all’infinito la tecnologia e quello di impoverire il pensiero critico legato alle discipline umanistiche. Per l’Occidente, che sceglie di integrare l’AI nei corsi anziché cancellarli, il caso cinese è uno specchio utile: il mercato del lavoro cambia in fretta, e la via più solida sembra combinare competenze tecniche e trasversali, senza rinunciare alla capacità di pensiero critico.
Questo articolo su Cina elimina corsi di laurea ha finalità informative. I dati riportati provengono da fonti giornalistiche internazionali che citano i dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione cinese; trattandosi di dati di fonte governativa rilanciati dall’agenzia statale Xinhua, vanno letti nel loro contesto. Fonti principali: South China Morning Post, Bloomberg, Reuters e Adnkronos (dati Ministero dell’Istruzione cinese via Xinhua, giugno 2026); dichiarazioni di Chu Zhaohui (Istituto Nazionale di Scienze dell’Educazione di Pechino). I dati sull’occupazione e sul numero di laureati sono stime soggette ad aggiornamento.
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