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il lavoro sta finendo

Il lavoro sta finendo? No, sta cambiando: ecco come

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il lavoro sta finendo

Il lavoro sta finendo davvero per tutti? C’è una paura che attraversa pranzi di famiglia e riunioni aziendali: l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? La domanda è legittima, ma secondo chi studia il futuro del lavoro è anche mal posta. Aneesh Ramandirigente di LinkedIn dove si occupa di opportunità economiche, ex corrispondente di guerra della CNN e in passato autore di discorsi per Barack Obama — la riassume in una frase che vale la pena tenere a mente: il lavoro non sta finendo, sta cambiando. È la tesi del suo libro “Open to Work” e di una recente intervista al podcast della Stanford Graduate School of Business “Think Fast, Talk Smart”. Vediamo cosa significa davvero, e perché può cambiare il modo in cui guardiamo al nostro mestiere.

Il lavoro sta finendo? La fine di un certo lavoro, non del lavoro

Il punto di partenza di Raman è storico. Per circa tre secoli, dall’avvento della macchina a vapore in poi, il lavoro umano ha avuto un’unica grande missione: l’efficienza. Dalla catena di montaggio alla scrivania con il portatile, il mantra è sempre stato lo stesso: fare di più, meglio, più velocemente. È quella che lui chiama l’era industriale, fatta di prevedibilità, stabilità e percorsi chiari. 

Oggi, però, è arrivata una tecnologia che in quella missione ci batte. Come dice Raman, questa tecnologia ci supererà in efficienza. Ed è qui che molti si spaventano. Ma è anche qui che, secondo lui, sta il rovesciamento: se le macchine sono imbattibili nei compiti meccanici, il valore umano si sposta altrove. Non è la fine del lavoro, è la fine di un tipo di lavoro — quello in cui l’essere umano funzionava un po’ come un ingranaggio. 

Perché torneremo a essere “più umani”

L’argomento più affascinante di Raman è quasi filosofico. Il nostro cervello, ricorda, è molto più antico dell’era industriale: abbiamo creato gli stati, l’ordine monetario e molte altre cose ben prima che arrivasse la macchina a vapore. L’efficienza è solo una breve parentesi nella nostra storia. La sua previsione è che torneremo a ciò che ci riesce meglio: un’era più imprenditoriale, in cui conterà la nostra capacità unica di immaginare, inventare, creare.

Le competenze più preziose

In quest’ottica le competenze più preziose non sono quelle tecniche, ma quelle umane. Nel libro Raman le sintetizza in quelle che chiama le “cinque C”: coraggio, curiosità, creatività, compassione e comunicazione. Sono qualità che spesso consideriamo talenti innati, ma che lui descrive come abilità allenabili giorno dopo giorno. È un messaggio che restituisce un po’ di controllo: il futuro non lo decide la tecnologia da sola, lo decidiamo anche noi con ciò che scegliamo di coltivare.

Il lavoro sta finendo? dalla scala in salita alla parete da scalare

C’è un’immagine, nel ragionamento di Raman, che spiega bene il cambiamento. Per generazioni la carriera è stata una scala: un percorso lineare, con i suoi gradini prevedibili — il diploma giusto, l’azienda giusta, la promozione dopo la promozione. Quella scala, sostiene, oggi non regge più, perché le organizzazioni non possono più costruirsi attorno a stabilità e prevedibilità, ma attorno a innovazione e capacità di adattarsi.

Al suo posto propone l’immagine della parete da arrampicata. Chi scala lo sa: non si va solo verso l’alto, a volte ci si sposta di lato o si scende, e soprattutto ci sono molte vie diverse per arrivare in cima. Ognuno può trovare la propria. È una libertà che all’inizio spaventa — eravamo abituati a percorsi segnati — ma che apre possibilità prima precluse a chi non aveva il “pedigree” giusto per salire sulla scala tradizionale.

Cosa fare se il lavoro sta finendo?

La parte più concreta della tesi è un esercizio pratico, utile a chiunque. Raman parte da un dato che fa riflettere: entro il 2030 sarà cambiato circa il 70% delle competenze medie richieste in un lavoro. Tradotto: anche senza cambiare impiego, il nostro impiego cambierà sotto i nostri piedi. La buona notizia è che, secondo lui, siamo noi a poter decidere come e in che ordine affrontare quel cambiamento. 

Il metodo suggerito se il lavoro sta finendo?

Il metodo che suggerisce è semplice: smettere di pensare al lavoro come a un titolo e iniziare a vederlo come un insieme di compiti. Elencare le cose che facciamo in una settimana e dividerle in tre gruppi. Nel primo, i compiti che l’AI sa già fare o farà presto (riassunti, ricerche veloci, analisi di base). Nel secondo — per Raman il più importante — le attività che possiamo svolgere insieme agli strumenti, usandoli per colmare in fretta una lacuna e fare di più di ciò che ci appassiona. Nel terzo, le cose che restano profondamente umane: collaborare con altre persone, costruire comunità, immaginare, ragionare di etica. L’idea non è un futuro di umani soli a comandare schiere di software, ma di esseri umani dotati di strumenti che lavorano con altri esseri umani dotati di strumenti, facendo cose nuove mai fatte prima. 

Un’idea che parla la lingua del saper vivere

Al di là delle strategie di carriera, c’è in questa visione qualcosa che risuona con il modo in cui ci piace guardare le cose. L’invito di Raman non è a rincorrere la macchina sul suo terreno — l’efficienza — ma a recuperare ciò che ci rende umani: la curiosità, la relazione, la capacità di dare senso. Un consiglio quasi controcorrente in tempi di tutto-e-subito: prendersi il tempo di parlare invece di scrivere un messaggio veloce, fare una telefonata, andare a incontrare le persone. 

Una tesi

Naturalmente è una tesi, non una certezza, e va presa per quello che è: una lettura ottimista e argomentata di un cambiamento che per molti, soprattutto per chi è all’inizio o vede il proprio mestiere trasformarsi in fretta, resta difficile e fonte di ansia reale. Ma è una prospettiva che ha il merito di spostare lo sguardo dalla paura all’azione. Il lavoro sta finendo? no, il lavoro che conoscevamo sta cambiando pelle, è vero ma non sta finendo. La domanda utile, allora, non è “cosa mi toglierà l’AI”, ma “cosa, di profondamente umano, posso scegliere di coltivare”. È il saper vivere applicato al lavoro: fare di più, con intelligenza, partendo da ciò che già siamo.

 


Questo articolo ha finalità informative e divulgative e riporta le opinioni espresse da Aneesh Raman nel libro “Open to Work” (scritto con Ryan Roslansky) e nell’intervista al podcast “Think Fast, Talk Smart” della Stanford Graduate School of Business (aprile 2026). Le previsioni sul futuro del lavoro rappresentano analisi e punti di vista dell’autore, non dati certi; gli scenari occupazionali dipendono da molti fattori e possono evolvere diversamente.


Domande frequenti (FAQ)

L’intelligenza artificiale farà sparire il lavoro? Il lavoro sta finendo?

Secondo Aneesh Raman no: il lavoro non sta finendo, sta cambiando. A scomparire o trasformarsi sono soprattutto i compiti ripetitivi e “meccanici” legati all’efficienza, mentre crescono di valore le attività che richiedono capacità umane come creatività, relazione e pensiero critico.

Quali competenze conteranno di più nel futuro del lavoro?

Raman individua quelle che chiama le “cinque C”: coraggio, curiosità, creatività, compassione e comunicazione. Le descrive non come talenti innati ma come abilità che si possono allenare nel tempo, e che diventano centrali in un’epoca in cui le macchine ci superano nei compiti di pura efficienza.

Cosa significa che la carriera è una “parete da scalare” e non una “scala”?

Significa che il percorso professionale non è più lineare e prevedibile come una scala da salire gradino dopo gradino. Assomiglia piuttosto a una parete d’arrampicata: ci si muove anche di lato o all’indietro, e ci sono molte vie diverse per arrivare in cima, ognuno con la propria.

Come ci si prepara al cambiamento se il lavoro sta finendo?

Raman suggerisce di vedere il proprio lavoro come un insieme di compiti, non come un titolo, e di dividerli in tre gruppi: ciò che l’AI può già fare, ciò che si può fare insieme agli strumenti, e ciò che resta profondamente umano. L’obiettivo è spostarsi sempre più verso quest’ultimo gruppo.

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