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Recovery, Del Conte: “Bene su donne e giovani parte migliore nostro capitale umano”

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Roma, 26 apr. (Labitalia) – “Donne e giovani erano una debolezza strutturale del nostro mercato del lavoro già prima della pandemia: ci sono 20 punti di differenza nella partecipazione al lavoro delle donne rispetto agli uomini, segnando a livello europeo uno dei livelli più bassi. Siamo sotto al 50% di partecipazione femminile al mercato del lavoro il che vuol dire che meno di una donna su 2 lavora. I giovani italiani hanno il tasso di disoccupazione più elevato in Europa, dove ci batte solo la Spagna. Bene dunque aver inserito queste priorità nel Pnrr”. Lo dice ad Adnkronos/Labitalia Maurizio Del Conte, docente di diritto del Lavoro alla Università Bocconi e presidente di Afol Metropolitana, commentando il testo del Pnrr illustrato in Consiglio dei ministri. “La pandemia ha oltretutto accentuato questa criticità -ricorda Del Conte- le cui ragioni stanno nel fatto che a donne e giovani vengono riservato i contratti più precari e i contratti con minor tempo di lavoro come il part time (e ricordiamo che il 75% del part time in Italia è involontario). Bisogna recuperare questo differenziale, considerando che i giovani sono la componente di prospettiva di qualsiasi società e mercato del lavoro, sono quelli più freschi di istruzione, sono quelli su cui si dovrebbe fondare il futuro di un Paese in particolare in una fase di trasformazione digitale”. “Le donne poi da qualche hanno superato gli uomini nei livelli di educazione: quindi con donne e giovani ci stiamo perdendo la parte migliore del nostro capitale umano. Era fondamentale questo obiettivo, meno male che è stato indicato”, ribadisce Del Conte.

“Partire dalla scuola per dare lavoro ai giovani”

“Per il lavoro dei giovani bisogna fare un lavoro alla radice, che parta dalla scuola che non può più essere un mondo separato e astratto rispetto alla prospettiva dell’occupazione. Bisogna puntare molto su sistemi duali e vedo che nel Pnrr questo rafforzamento c’è. Occorre puntare sulle scuole tecnico -professionali anche di alto livello, come gli Its, che sono quelle che hanno garantito ad altri paesi europei la capacità di transitare verso la trasformazione industriale 4.0 molto più rapidamente dell’Italia. Non basta investire in macchine e in banda larga per arrivare al 4.0: il primo materiale su cui investire sono le competenze”, dice ancora Del Conte. “In altri Paesi europei -prosegue Del Conte, che è stato anche presidente dell’Anpal- da tempo è stata cambiata la programmazione scolastica in modo da inserire gradualmente percorsi di orientamento che valorizzino le aspirazioni e i talenti personali dei ragazzi (che purtroppo spesso seguono percorsi ‘piovuti’ dall’alto, che non hanno niente a che fare con le loro aspirazioni o con eventuali sbocchi occupazionali). Fondamentale anche, in parallelo, lo sviluppo di scuole tecniche e scientifiche con sistemi di orientamento che tengano conto delle domanda espressa dalle imprese”. “Realizzare gli obiettivi su giovani e donne indicati dal Pnrr -aggiunge Del Conte- è comunque complicato: direi quasi più complicato per i giovani che non per le donne. Per le donne, infatti. ci sono politiche che possono effettivamente dispiegare risultati in tempi brevi e sono essenzialmente la conciliazione e i servizi. Politiche che consentono cioè una maggiore flessibilità di orari e di luoghi di lavoro (come lo smart wierking), mettendo anche a disposizione servizi come quelli di presa in carico di bambini e anziani. Dove sono state realizzate queste politiche, l’effetto di attivazione del lavoro femminile è stato veloce e potente”.

“Tante risorse a cpi, ma manca visione strategica”

Orientamento e formazione dunque sempre più fondamentali. Due funzioni di cui si dovrebbero occupare i centri per l’impiego. Ma c’è un ‘ma’, dice Del Conte. “Manca ancora completamente un ridisegno della funzione dei centri per l’impiego per i quali è stato fatto un primo passaggio, una condizione necessaria ma non sufficiente, quella cioè di dotarli di tante risorse economiche. Ma attenzione: tante risorse economiche in mancanza di una visione strategica, di un piano di costruzione di questi cpi rischia semplicemente di moltiplicare le inefficienze o gli sprechi”, spiega il docente. “Sono soldi che servono ma bisogna anche sapere come spenderli”, avverte Del Conte che aggiunge: “Da un lato scontiamo ancora la mancanza di una programmazione nazionale, dall’altro la proliferazione di modelli un po’ ‘fai-da-te’, sparpagliati sui territori. Ricordiamo che abbiamo oltre 550 cpi ognuno dei quali sostanzialmente va un po’ per conto suo”. “Questo impedisce -osserva Del Conte- di fare economie di scale, di seguire le best pratices, di avere un’omogeneità di servizi, di garantire a tutti i cittadini il medesimo livello qualitativo. Questa è una parte progettuale che va assolutamente riempita e lo dovrebbero fare insieme Stato e Regioni, magari aprendo un tavolo di lavoro in Conferenza in modo tale che ognuno possa dare un contributo per costruire uno standard nazionale”. (di Mariangela Pani)

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