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Pa, Mantovani (Cida): “Quote smart working fissate per legge non hanno senso”

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Roma, 30 apr. (Labitalia) – “Non ha molto senso fissare per legge una quota di smart working all’interno della Pa, ma le quote devono essere valutate dal dirigente sulla base anche dei principi espressi dalla contrattazione che consentano ai dirigenti stessi di prendere delle decisioni”. Così il presidente di Cida e Manageritalia, Mario Mantovani, commenta con Adnkronos/Labitalia la novità introdotta nel decreto Proroghe, approvato ieri dal Consiglio dei ministri, che cancella il riferimento all’obbligo del 50% di lavoro in smartworking per i dipendenti pubblici e l’abbassamento al 15% della quota minima di lavoratori che potranno avvalersi dello smart working nei Pola, i piani organizzativi del lavoro agile che devono essere adottati dalle amministrazioni il 31 gennaio di ogni anno (la ministra Fabiana Dadone l’aveva fissata nel 60%).

Diverse le organizzazioni, diversi gli strumenti

“Riteniamo che sia innanzitutto preponderante l’autonomia dei dirigenti che hanno la responsabilità di organizzare i loro settori, i loro uffici. E quindi è fondamentale che ritorni, dopo anche un periodo di tipo emergenziale, in capo a loro la possibilità di disegnare la loro organizzazione che preveda una quota di smart working e una quota di lavoro in presenza”, ribadisce Mantovani precisando: “Chiaro che devono esistere degli strumenti legislativi comuni che consentano di fare questo in maniera ordinata e non discrezionale. Anche perché le diverse organizzazioni hanno diverse esigenze e strumenti differenti”. Perché si può anche fare smart working, aggiunge Mantovani, “nel momento in cui si sono gli strumenti appropriati per digitalizzare il lavoro controllare l’avanzamento e così via”. “Purtroppo, bisogna dire che nella Pa ci sono stati tanti disservizi”, conclude.

Per regolare smart working, privilegiare contratti

Per regolare lo smart working, sia nel pubblico che nel privato, “vanno privilegiati gli accordi: i contratti collettivi e gli accordi aziendali”. Ne è convinto Mario Mantovani, che spiega: “La norma deve sancire alcuni principi, alcuni diritti e alcuni obblighi come il diritto del lavoratore ad avere un luogo di lavoro anche se non è prevista la sua presenza in azienda al 100%, il diritto alla disconnessione, il diritto ad avere dei tempi di risposta che non siamo immediati”. Una legge, insomma, sostiene, “deve prevedere un quadro generale di diritti e dei doveri delle aziende e dei lavoratori”. Mantovani crede anche che “vadano alleggerite alcune formule contrattuali che prevedono orario e luogo di lavoro perché lo smart working in realtà non prevede orari fissi e luoghi fissi, quindi in qualche modo andrebbero depurati i contratti collettivi e fatti contratti aziendali”. “Per esempio, il luogo di lavoro -cita Mantovani- non è detto che sia dalla propria abitazione, può essere uno spazio di coworking o uno spazio messo a disposizione dall’azienda”.

Smart working può superare distinzione pubblico/privato

Sullo smart working si può anche “fare il tentativo di superare la distinzione tra lavoro pubblico e privato: sempre persone che lavorano sono” dice poi Mario Mantovani, presidente di Cida e Manageritalia. Nel nostro ordinamento giuridico, ricorda il presidente dei manager pubblici e privati, “pubblico e privato sono sempre stati troppo distinti: oggi invece abbiamo molti più elementi di similitudine e convergenza”. “Poi è chiaro -precisa Mantovani- che sono gli obiettivi delle organizzazioni a essere diversi: però l’obbligo di organizzare il lavoro in maniera efficace e salvaguardare i diritti di tutti credo che debba valere per pubblico e privato”.(di Mariangela Pani)

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