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Supercoppa italiana in Arabia, Amnesty contro la Serie A

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Roma, 14 mar. (Adnkronos) – “La Lega di Serie A è complice di un sistema che tende a negare e a nascondere le violazioni dei diritti umani tramite manifestazioni sportive”. Lo afferma all’Adnkronos Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International Italia, commentando la firma dell’accordo che prevede di disputare quattro delle prossime sei edizioni delle Final Four di Supercoppa italiana in Arabia Saudita.

Un’intesa che potrebbe fruttare alle squadre italiane fino a 92 milioni di euro, ma che secondo Noury incentiva la monarchia del Golfo a praticare “questa forma di marketing molto efficace che è lo sportwashing: più si continua a dare credito alle autorità saudite perché hanno soldi per ospitare eventi sportivi più la situazione terribile dei diritti umani in questo Paese continuerà a essere ignorata”.

Eppure, ricorda il portavoce, dopo l’omicidio nel 2018 del giornalista dissidente Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul – tuttora “impunito” sebbene ci siano “chiari sospetti” su chi fosse il mandante ovvero l’erede al trono Muhammad bin Salman – nel mondo del calcio e anche della politica “si aprì una riflessione se continuare ad andare lì, ma questa riflessione non ha portato a nulla”.

Il portavoce spiega quindi nel dettaglio le violazioni che vengono commesse in Arabia Saudita. “Tutti i difensori dei diritti umani sono in carcere, nel 2022 ci sono state almeno 15 persone condannate, in alcuni casi a 45 anni di carcere, solo per aver espresso le loro opinioni on line, c’è un uso massiccio della pena di morte con oltre 100 impiccagioni nel 2022 e una decina quest’anno – dichiara – Le donne, nonostante l’abolizione del ‘sistema del tutore’ e del divieto di guida, sono ancora discriminate. Aggiungiamo poi che dal 2015 l’Arabia Saudita guida un’operazione militare nello Yemen che ha prodotto crimini di guerra e la morte di molti bambini”.

Secondo Noury, esiste una linea rossa che il calcio non può varcare e “sta nel fatto che lo sport non può essere strumentalizzato cinicamente per nascondere violazioni dei diritti umani” anche se la storia è piena di esempi contrari, come la Coppa del mondo del 1978 in Argentina. Ma con l’Arabia Saudita ed il Qatar, conclude, “siamo di fronte a un caso unico cioè all’uso sistematico dello sport a tutela della propria reputazione e per nascondere le violazioni dei diritti umani”.