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Sudcorea, Fiori (Asia Institute): “Con Lee vince normalità democratica, avrà approccio più negoziale con Usa”

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(Adnkronos) – "La vittoria di Lee Jae-myung rappresenta un punto di svolta per la Repubblica di Corea". A dirlo all’Adnkronos è Antonio Fiori, presidente dell’Asia Institute e professore all’Università di Bologna, commentando la netta vittoria del candidato del Partito Democratico a discapito del conservatore Kim Moon-soo. Secondo Fiori, l’esito del voto "riflette una reazione collettiva alla crisi istituzionale esplosa con l’impeachment di Yoon Suk-yeol, ma non può essere ridotto a una semplice disfatta dell’avversario". "I sudcoreani hanno scelto Lee anche per la sua proposta politica: un ritorno alla normalità democratica, un’agenda sociale più equa e un atteggiamento meno aggressivo in politica estera – spiega il docente – La gestione autoritaria del potere da parte di Yoon, culminata con l’imposizione della legge marziale il 3 dicembre 2024, ha profondamente scosso l’opinione pubblica (o almeno una larga parte di essa). In pochi mesi, un presidente eletto democraticamente si era trasformato, agli occhi di molti, in una minaccia per lo stesso sistema costituzionale. L’elezione di oggi si è dunque caricata di un significato eccezionale: non una semplice alternanza di governo, ma una sorta di referendum sulla democrazia". Secondo Fiori, "l’adesione a Lee Jae-myung va letta anche come espressione di speranze positive. L’ex governatore del Gyeonggi ha saputo capitalizzare il malcontento ma anche presentarsi come figura di discontinuità credibile, con una visione coerente e radicata. Già candidato nel 2022, sconfitto per un margine ridottissimo, Lee ha mantenuto un seguito solido nel tempo. La sua capacità di articolare un discorso sui diritti sociali, l’inclusione economica e la lotta alla corruzione gli ha permesso di consolidare consensi in fasce diverse dell’elettorato: giovani urbanizzati, lavoratori precari, cittadini preoccupati per la deriva autoritaria, ma anche settori imprenditoriali in cerca di stabilità normativa. Importante è stato anche il fatto che il Partito Democratico, pur ferito dalla sconfitta precedente e dalle accuse giudiziarie contro Lee, abbia saputo compattarsi". "Un contesto internazionale e regionale segnato da polarizzazione, incertezza economica e crisi della sicurezza – continua Fiori – ha rafforzato nell’elettorato l’idea che serva un governo più lungimirante e meno conflittuale, sia internamente che all’estero. Lee, insomma, non è solo il contraltare di Yoon; è stato percepito come il candidato capace di riportare il Paese su un sentiero di razionalità democratica, e al tempo stesso come il promotore di un’agenda sociale più equa. La sua elezione riflette quindi non solo il rigetto del passato recente, ma anche una volontà attiva di riorientare la direzione del Paese".  Sul piano internazionale, Fiori sottolinea che "la sua presidenza si apre in un contesto delicato, segnato dalla rielezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Lee non mette in discussione l’alleanza con Washington, che resta la pietra angolare della sicurezza nazionale sudcoreana. Tuttavia, rispetto ai conservatori, adotta un approccio più autonomo, più negoziale. È probabile che cerchi un dialogo pragmatico con l’amministrazione Trump, difendendo gli interessi nazionali su temi sensibili come il contributo al mantenimento delle truppe americane e la gestione delle esercitazioni congiunte. La sua sfida sarà mantenere saldo il legame con gli Stati Uniti evitando al tempo stesso un’eccessiva subordinazione, soprattutto in un momento in cui le tensioni con la Cina rischiano di trascinare Seoul in una spirale di confronto permanente". Un capitolo importante sarà anche il dossier nordcoreano: "Lee si inserisce nella tradizione dei presidenti progressisti che hanno promosso il dialogo intercoreano, da Kim Dae-jung a Roh Moo-hyun. Ha già dichiarato l’intenzione di riaprire i canali di comunicazione con Pyongyang, promuovere progetti di cooperazione economica e abbassare la soglia della tensione militare. Tuttavia, il contesto attuale è molto più difficile: la Corea del Nord appare oggi più chiusa, più armata e più legata a Mosca, dopo un 2024 segnato da una crescente collaborazione con la Russia. I margini per una svolta concreta sono dunque limitati, ma un cambio di tono e di approccio da parte sudcoreana potrebbe contribuire a ridurre il rischio di un’escalation". Infine, anche le dinamiche regionali potrebbero cambiare: "Con il Giappone, i rapporti hanno vissuto una fase di distensione sotto Yoon, ma spesso al prezzo di concessioni unilaterali su questioni storiche ancora aperte. Lee adotterà probabilmente una linea più cauta e attenta alla sensibilità pubblica, senza chiudere però la porta al dialogo strategico. Con la Cina, invece, si prevede un tentativo di riequilibrio: senza rompere con Washington, Lee cercherà di evitare che Seoul venga percepita come un avamposto anti-cinese. La sfida sarà costruire una posizione più autonoma, capace di proteggere gli interessi economici della Corea e al tempo stesso mantenere credibilità come alleato degli Stati Uniti". "In sintesi – conclude Fiori – la presidenza Lee apre una fase di transizione complessa, ma potenzialmente rigenerativa. Il nuovo capo dello Stato eredita un Paese diviso, una democrazia ferita e un sistema politico in cerca di legittimità. Se saprà governare con equilibrio e visione, la Corea del Sud potrebbe non solo superare la crisi attuale, ma anche ridefinire il proprio ruolo in una regione sempre più instabile. La sfida, però, è appena agli inizi".  —internazionale/[email protected] (Web Info)

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