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Sono 4,4 milioni gli italiani con osteoporosi a rischio fratture, pochi trattamenti

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Roma, 17 mar. (Adnkronos Salute) – Con il progressivo invecchiamento della popolazione italiana, preservare l’indipendenza e gli stili di vita attivi della popolazione si è trasformata in una sfida che la ricerca, l’innovazione, le iniziative sociali e la politica sanitaria possono aiutare ad affrontare. In particolare, le fratture da fragilità – 568mila nuovi casi nel 2019 in Italia – rappresentano un grave ostacolo all’invecchiamento in buona salute, compromettendo l’indipendenza e la qualità di vita di circa 4.400.000 persone (80% donne e 20% uomini) che nel nostro Paese soffrono di osteoporosi, principale causa delle fratture da fragilità. E’ quanto emerge dai dati della seconda edizione di ‘Scope ’21’, studio epidemiologico realizzato dall’International Osteoporosis Foundation (Iof), che fa il punto sull’osteoporosi in Europa (27 Paesi più Regno Unito e Svizzera), con un’analisi dettagliata del nostro Paese.

Dallo studio emerge che oggi i clinici hanno a disposizione trattamenti farmacologici efficaci, ma questo aspetto è stato a lungo trascurato, nonostante l’ingente onere economico per l’assistenza sanitaria legata all’osteoporosi. Parliamo, infatti, di 9,5 miliardi di euro spesi in Italia nel 2019, di cui 5,44 miliardi per i costi diretti delle fratture da fragilità, 3,75 miliardi per quelli della disabilità a lungo termine e 259 milioni per gli interventi farmacologici. “Per le persone che hanno subito una frattura da fragilità, il rischio di subirne una seconda è 5 volte più elevato rispetto a chi non è incorso in questo evento – dichiara Maria Luisa Brandi, presidente dell’Osservatorio fratture da fragilità (Off) – Nonostante l’adozione di una terapia adeguata sarebbe in grado di ridurre questo rischio del 65%, nella realtà il problema del sottotrattamento è preoccupante”.

Il Rapporto ‘Scope ‘21’ suggerisce, infatti, che in Italia 2 milioni e 900mila donne dovrebbero essere sottoposte a un trattamento per l’osteoporosi, ma il 71% di esse non riceve alcun trattamento farmacologico. “Questo enorme gap terapeutico non riguarda solo il nostro Paese, ma si osserva in tutta Europa, a dimostrazione della scarsa importanza data alle fratture da fragilità fino ad oggi – aggiunge Brandi -. Poiché si prevede che l’incidenza di queste fratture in Italia aumenti del 23,4% entro il 2034, è giunto il momento di interrompere questa spirale negativa e di agire, individuando per tempo i pazienti fragili, trattandoli tempestivamente”, è il monito.

Un altro elemento emerso dal Rapporto ‘Scope ’21’ è che le fratture osteoporotiche sono associate a una mortalità prematura. Il 30% circa dei decessi avvenuti dopo una frattura dell’anca o della colonna vertebrale può essere attribuito agli esiti dell’evento stesso. Più precisamente, nel 2019 nell’Ue (più Uk e Svizzera) sono stati stimati circa 250mila decessi a seguito di fratture da fragilità. Se il 5% delle persone con una frattura dell’anca muore entro 1 mese e il 25% entro 12 mesi, la chirurgia precoce (entro le 48 ore) è in grado di ridurre statisticamente e clinicamente la mortalità a 1 anno. In Italia, i tempi medi di attesa tra il ricovero in ospedale e l’intervento chirurgico si attestano intorno ai 2,5 giorni, superiori rispetto a Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia (12 ore), ma inferiori rispetto a Spagna e Portogallo (3 giorni).

“Le politiche sanitarie svolgono un ruolo significativo nel promuovere, finanziare e implementare soluzioni di assistenza, come modelli di trattamento coordinati per i pazienti che hanno subito una frattura da fragilità – afferma Brandi – Ma se questi possono essere considerati una soluzione ‘universale’ per migliorare diagnosi, trattamento e follow up dei pazienti, dovrebbero essere prese in considerazione anche soluzioni strategiche più ‘locali’, adatte alla specificità dei diversi sistemi sanitari regionali”.

“Una delle soluzioni per fare fronte a questa emergenza sanitaria sarebbe quella di riconoscerne la priorità, definirne le dimensioni, semplificare i criteri per l’accesso ai trattamenti farmacologici e monitorare gli outcome”, conclude Brandi.

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