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Sole 24 Ore: ex direttore Napoletano, ‘io prima vittima, non ero amministratore di fatto’

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Milano, 14 apr. (Adnkronos) – “Non ero amministratore né di diritto, né di fatto di questa società. Partecipavo, ero invitato, ai consigli di amministrazione come tutti i miei predecessori: era una prassi societaria”. L’ex direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano si difende dalle accuse che lo vedono a processo a Milano per aggiotaggio e false comunicazioni sociali nell’ambito dell’inchiesta per le presunte irregolarità nei conti del gruppo e per le copie ‘gonfiate’. Nelle dichiarazioni spontanee, durate quasi 40 minuti, più volte il giornalista parla con una voce rotta dalla commozione quando ricostruisce la passione per il suo lavoro, ma anche quando respinge le accuse – il pm Gaetano Ruta nella sua requisitoria ha chiesto la condanna a 4 anni – sostenendo di non aver mai avuto condotte illecite, che “l’astuzia è la cosa più distante da me, se no non sarei finito qui”, che tutti i testimoni interrogati “hanno detto che non hanno preso ordini da me”.

“Di quella presunta strategia diretta a ‘taroccare’ i numeri diffusionali – ammesso e non concesso che esista davvero a parte l’evidentissima truffa di DiSource che ha ideatori e realizzatori con nomi precisi – io sono estraneo totalmente, anzi ne sono la prima delle vittime perché toccava ai revisori aprire gli occhi non certo a me”, sottolinea Napoletano che rimarca il suo attaccamento alla professione, che rivendica il suo “onesto lavoro” anche a discapito della famiglia. “Se mi si accusa di aver dedicato 14-16 ore al giorno di lavoro sempre, in modo onesto e trasparente per il Sole 24 Ore e per le attività editoriali di questo gruppo multimediale con l’affetto che si riserva a un figlio, se mi si accusa di essermi dedicato con il massimo dell’impegno a questo giornale che mi è stato consegnato sull’orlo del baratro e averlo fatto crescere mentre il mercato andava giù a dirotto, se mi accusa di aver combattuto per evitare i licenziamenti di giornalisti, ebbene sì sono colpevole di aver combattuto come un leone, di essermi ridotto lo stipendio, di aver creato nuovi prodotti e un nuovo sistema editoriale sacrificando, e me ne sono pentito, la mia famiglia”.

Davanti ai giudici, Napoletano evidenzia come “non entravo, non sono mai entrato, né sarei mai potuto entrare su contenuti numerici e contabili” del gruppo. Rivendica la voglia di eccellere, di imporsi come un nuovo modello sul mercato editoriale, ma “sono sicuro di non avere mai prevaricato il mio ruolo, di non aver mai inteso neppure decisioni che non mi spettavano pensando sempre solo a fare il meglio per ottenere risultati veri e autentici frutto del mio lavoro. Le parole capziose di chi ha disonorato il lavoro mio e di una grande redazione, un lavoro onesto, collettivo, fatto di risultati granitici sono pietre che arrivano addosso e fanno male. Spero che potrete aver compreso quanto la pena e la sofferenza generata da questa vicenda processuale abbiano inciso profondamente sulla mia persona e sulla mia vita e confido che potete porre fine, una volte per tutte, a questo capitolo oscuro”.

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