Salute, (Sige): “Mangiare gluten free per dimagrire? Un errore”

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(Adnkronos) – In Italia i casi di celiachia diagnosticati nel 2019 sono stati 225mila, ma si stima che della malattia soffrano senza saperlo oltre 350mila persone. Eppure, milioni di italiani consumano cibo per intolleranti senza esserlo, con l’errata convinzione che una dieta priva di glutine, oggi l’unico trattamento disponibile e valido per i celiaci, possa avere un ruolo dimagrante. “È un errore, tale convinzione non è basata su alcun dato scientifico – afferma Carolina Ciacci, docente ordinario di Gastroenterologa dell’Università di Salerno e membro della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige) -. Il glutine è un complesso di proteine di alcuni cereali, quali grano/frumento, orzo, e segale che conferiscono a questi i cereali le loro uniche proprietà di panificazione. L’eliminazione di queste proteine dalla dieta non causa alcun deficit nutrizionale. Tuttavia, non c’è nessuna ragione di eliminarlo, se non assolutamente necessario come è nella malattia celiaca”.

Oggi si ritiene che un esiguo numero di persone possa soffrire di sensibilità al glutine non celiaca, una condizione in cui, pur essendosi esclusa con sicurezza la celiachia, diversi sintomi, soprattutto intestinali come il gonfiore, il dolore addominale e l’alterazione dell’alvo, regrediscono con l’eliminazione del glutine dalla dieta. “Purtroppo, però, tante persone iniziano una dieta senza glutine senza aver fatto tutti i passi necessari ad escludere la celiachia – ammette Fabiana Zingone, docente di Gastroenterologia dell’Università degli Studi di Padova e membro della Sige -. Una volta iniziata la dieta non possiamo più né trovare gli anticorpi nel sangue, né tantomeno trovare il danno nella mucosa dell’intestino. Non fare una corretta diagnosi è un danno perché una dieta senza glutine non necessaria è anche costosa, sia in termini economici sia per le difficoltà nella vita sociale che essa comporta”.

“Invece, l’eliminazione del glutine dalla dieta nei pazienti celiaci – sottolinea Fabiana Zingone, – comporta nella stragrande maggioranza dei casi la remissione dei sintomi, la negativizzazione anticorpale e il progressivo ripristino della mucosa intestinale, ed è quindi l’unico mezzo disponibile per ridurre il rischio di complicanze legate alla malattia”. Quindi è importante, ancora Zingone “che il paziente, oltre a una dieta priva di glutine, segua anche un’alimentazione equilibrata e ricca in fibre. Un’ indicazione che è possibile traslare a tutti noi, ma che diventa particolarmente importante nei pazienti celiaci, soggetti ad un maggior rischio di sindrome metabolica, dovuto all’aumento ponderale e alla dislipidemia, che può incorrere con l’inizio della dieta”.

Oggetto di studio alcune probabili alternative alla dieta gluten-free per i pazienti celiaci. “Sono in fase di studio possibili alternative alla dieta senza glutine – conferma Carolina Ciacci di UNISA – come ad esempio quelle mirate a digerire le componenti tossiche del glutine prima che queste oltrepassino la barriera intestinale, mediante l’utilizzo di enzimi ingeriti per via orale. Tuttavia, siamo lontani dal loro utilizzo. Altro tema in fase di valutazione è l’uso di probiotici/prebiotici che possano accelerare sui sintomi gastrointestinali i benefici dati dalla dieta priva di glutine”.

L’incidenza della malattia celiaca è significativamente aumentata negli ultimi anni. “Il marcato aumento delle diagnosi – sottolinea Zingone – è dovuto all’utilizzo di sempre più efficaci metodi diagnostici e all’individuazione di gruppi di pazienti ad elevato rischio di celiachia. Nei Paesi occidentali la prevalenza media della celiachia è attualmente stimata attorno all’1% della popolazione”.

Anche la celiachia, come tutte le patologie autoimmuni, è più frequente nel sesso femminile, “con una prevalenza che supera il doppio nelle donne rispetto agli uomini – ricorda Ciacci -. In passato era considerata una patologia esclusiva del bambino, ma negli anni c’è stato un progressivo aumento dell’età media alla diagnosi, con un incremento complessivo del numero di diagnosi effettuate in età adulta. Oggi è possibile scoprire di essere celiaci a qualsiasi età. Se dovessimo fare un identikit potremmo dire che una giovane donna con disturbi intestinali anche vaghi, una anemia da carenza di ferro e una patologia della tiroide risponderebbe all’idea della celiachia oggi e rappresenterebbe forse il 30-40% dei celiaci”.

La malattia si presenta in modi molto diversi: non più solo con diarrea, steatorrea (grasso nelle feci), perdita di peso o ritardo della crescita ma anche con anemia da carenza di ferro, stipsi, dolore addominale e gonfiore.

“Il paziente celiaco al momento della diagnosi – tiene a precisare Zingone – può presentare depressione, ansia, bassa statura, osteoporosi, ipertransaminasemia di non chiara origine, esiti avversi della gravidanza o manifestazioni cutanee, come la dermatite erpetiforme. Ma può anche non presentare alcun sintomo o segno di malattia, rientrando, quindi, nella categoria dei soggetti asintomatici”.

Alla luce della grande variabilità sintomatologica, è importante che il medico di medicina generale, il gastroenterologo e altri specialisti (come ad esempio, endocrinologo, ginecologo e reumatologo) pensino alla celiachia e ricerchino gli anticorpi specifici in caso di sintomi e segni sospetti nella popolazione generale, così come in quelle a rischio. “Tra i quali, familiari di primo grado dei pazienti celiaci – evidenzia Carolina Ciacci – i pazienti con altre patologie autoimmuni, come la tiroidite di Hashimoto o il diabete mellito di tipo 1 o persone con malattie genetiche (Sindrome di Down). “Si è dimostrato, infatti, che una ricerca proattiva dei casi, con la ricerca degli anticorpi in tutti i soggetti con sintomi sospetti, anche se lievi, o appartenenti a classi di rischio, sia la strategia migliore per aumentare il numero delle diagnosi, facendo emergere quell’iceberg delle diagnosi misconosciute di celiachia, che ancor oggi, risulta in gran parte sommerso” conclude Fabiana Zingone.

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