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Reale (Art. 101 Anm): “Riforma frutto di rapporto incestuoso”

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Palermo, 12 apr. (Adnkronos) – “La tanto auspicata riforma della giustizia sembra pronta per essere partorita, sebbene il genitore naturale non coincida con quello anagrafico. Un figlio illegittimo, per non dire il frutto di un rapporto incestuoso”. A paragonare la riforma Cartabia al “frutto di un rapporto incestuoso” è il giudice Andrea Reale, rappresentante di ‘Articolo 101’ al Comitato direttivo centrale dell’Anm. Articolo 101 è il gruppo nato dopo il caso Palamara, in polemica con le correnti della magistratura. “Il padre legale, il Parlamento, ha del tutto dismesso il suo ruolo e la propria responsabilità, che gli derivano dall’articolo 108 della Costituzione, per cedere la sua riserva di “genitorialità” in favore della liaison tra il potere esecutivo e uno sparuto numero di rappresentanti di partiti politici in seno alla Commissione Giustizia di uno dei rami dell’assemblea legislativa”, rincara la dose il giudice Reale in una intervista all’Adnkronos.

“Peccato che i moniti del Capo dello Stato siano andati a farsi benedire – aggiunge il magistrato – Peccato, altresì, che il Presidente della Repubblica, che presiede anche il CSM, non abbia inteso, in questi mesi, dare seguito e ascolto a quelle decine di magistrati che dal tempo dell’esplosione di “Magistropoli” ne avevano chiesto un intervento risolutivo ed efficace e/o che avevano tentato di suggerire, dall’interno dell’Ordine giudiziario e dalla parte estranea alle logiche dell’appartenenza correntizia, il modo per evitare ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti”.

“Piuttosto che debellare il correntismo e restituire credibilità e autorevolezza alla funzione svolta dai magistrati, infatti, il ddl governativo, con tutti gli emendamenti “incestuosi” nati dal baratto tra le fazioni partitiche antagoniste, da un lato fortificherà enormemente il potere delle correnti dento il CSM, dall’altro soggiogherà l’autonomo e indipendente esercizio della giurisdizione agli stringenti lacciuoli burocratici della dipendenza dal capo ufficio, delle statistiche e dei rendimenti, tutti forieri di un esiziale conformismo giurisprudenziale”, sottolinea il giudice Andrea Reale.

“Sotto il primo profilo l’utilizzo del sorteggio dei collegi comporterà un salto indietro, alla fine degli anni 90 del secolo scorso, ossia un ritorno al pieno splendore della correntocrazia – spiega Reale – Assegnare ai collegi dei distretti più grandi forza trainante, unitamente ad una legge elettorale di tipo maggioritario, vuol dire consegnare dolosamente il Consiglio Superiore della Magistratura allo strapotere dei gruppi associativi , che agiscono come veri e propri partiti politici e che hanno snaturato la natura tecnica e il carattere imparziale di questo organo di rilevanza costituzionale”.

Per Andrea Reale la riforma Cartabia rappresenta “Un ritorno al passato che significa premiare il Sistema delle Correnti, aggravare il suo monopolio all’interno dell’Istituzione e, una volta per tutte, decretare l’occupazione abusiva -questa sì, oltremodo incostituzionale e offensivo- del governo autonomo della magistratura”. “Davvero una debacle, che induce i magistrati estranei alle logiche correntizie e spartitorie a pregare che non sia mai tradotta in legge e che il Presidente della Repubblica si rifiuti di promulgare un atto che evidenzia profili di palese incostituzionalità (sub artt. 101, 107 e 108, solo per citare quelli di maggiore evidenza)”.

E ancora: “Quanto al secondo profilo l’abolizione dei carichi esigibili e l’introduzione di controlli dei dirigenti sulla capacità organizzativa e lavorativa del singolo, la pagella e il fascicolo delle performance del magistrato penale, l’ingresso del giudizio dell’Avvocatura nella valutazione di professionalità, la sostanziale separazione delle carriere, tutte novità introdotte con il ddl riducono al lumicino il barlume di indipendenza interna che residuava in capo ai singoli magistrati”. Per Reale “esse mirano a colpire soprattutto la parte sana e laboriosa della magistratura, quella che era rimasta estranea alle logiche clientelari del correntismo, riducendola a massa di travet indolente, se non pavida, più attenta a non scontentare il padrone interno che, soggiacendo soltanto alla legge, a risolvere in scienza e coscienza il caso concreto sottopostogli dal cittadino”.

“Le lotte fratricide combattute per decenni dai potentati interni all’Ordine giudiziario, limitandosi ”soltanto” (sic!) all’occupazione dei posti direttivi e semidirettivi e a qualsiasi poltrona istituzionale di prestigio, non erano ancora riuscite a imbrigliare l’indipendenza interna dei singoli magistrati nello svolgimento delle loro funzioni – aggiunge il giudice Andrea Reale – Oggi questo risultato riesce brillantemente a portarlo a compimento la politica e l’esecutivo in particolare, intervenendo direttamente sull’esercizio della giurisdizione, annichilendo la sua reale funzione di risoluzione dei contrasti tra privati o quella di controllo e repressione della devianza criminale, per mettere il giudice sotto il trono del potere politico, interno ed esterno, addomesticando le sue decisioni, indirizzando il contenuto dei provvedimenti, inducendo a premiare più l’opportunismo personale del giudice o del Pubblico Ministero che, rispettivamente, la decisione giusta e “terza” o l’iniziativa penale doverosa e obbligatoria”. (di Elvira Terranova)

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