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Moda: riparte risiko, da Prada ad Armani, i big che resistono a mani estere (2)

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(Adnkronos) – “L’assetto del gruppo può vantare, per molteplici versi, un chiaro vantaggio competitivo – sottolineano Bianchi e Prini – ad esempio quando si contrattano spazi di vendita, anche all’interno di centri commerciali, o in termini di solidità finanziaria e di investimenti nello sviluppo di strategie e-commerce, di omnicanalità e di data and artificial intelligence, ormai divenuti fondamentali per una gestione ottimale dei dati a cui ogni brand ha accesso quotidianamente. Dunque, anche questo fenomeno, spiega l’interessamento di gruppi esteri per le eccellenze italiane che non hanno ancora raggiunto numeri comparabili ai loro, avendo queste fatturati minori di un miliardo di euro”.

Negli anni in mani estere sono finiti diversi brand: il colosso del lusso francese Kering ha acquistato Gucci, Bottega Veneta, Pomellato, Dodo, Brioni e Richard Ginori. Dal 2012 Valentino è passata a Mayhoola Investments e Versace è stata venduta all’americana Capri Holdings Ltd di Michael Kors, senza dimenticare l’altro potente polo francese del lusso, Lvmh di Bernard Arnault, che in una manciata di stagioni ha agguantato Loro Piana, Fendi, Emilio Pucci, Acqua di Parma, e Bulgari. Poi c’è la Cina, ha fatto suoi brand come Krizia, Mila Schon, Sergio Tacchini, Ferrè e Sergio Rossi, finita di recente nelle mani di Fosun. E ancora realtà come Buccellati (acquistata da Richemont), La Rinascente, passata ai cinesi di Central Retail Corporation, La Perla, venduta agli olandesi di Sapinda.

“Nell’industria moda e lusso – evidenzia all’Adnkronos Armando Branchini, strategic advisor parthenon EY, Fashion, Luxury and Retail – gli investimenti stranieri sono stati molteplici e rilevanti negli ultimi 30 anni. Si è sempre trattato di aziende italiane con marche famose a livello internazionale e fatturati significativi nei loro rispettivi comparti. Nella stragrande maggioranza dei casi le imprese sono state gestite meglio di prima, a giudicare dalla crescita dei fatturati, della marginalità, degli investimenti, della cura della cultura e dell’heritage individuale, dell’origine made in Italy, delle varie aziende e marche”.

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