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**Migranti: vertice ‘blindato’ Meloni-famigliari vittime Cutro, ‘madre anch’io, farò possibile’**

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Roma, 16 mar. (Adnkronos) – Il bus della Polizia arriva con un quarto d’ora d’anticipo, entra alle 10.12 da via dell’Impresa, l’ingresso adiacente Palazzo Chigi, col suo immenso carico di dolore. I famigliari delle vittime di Cutro, dopo ben 18 giorni dalla strage che ha stravolto le loro vite e terremotato un Paese intero, incontrano il premier Giorgia Meloni dopo il mancato confronto a margine del Consiglio dei ministri che il governo ha tenuto nel paesino calabro la settimana scorsa per dare il via libera alla stretta sui trafficanti di vite umane, con un aumento esponenziale delle pene. Un mancato incontro condito da un fiume di polemiche a cui è seguito, immediato, l’invito ‘riparatore’ ai famigliari a Roma, inizialmente rinviato al mittente perché considerato tardivo.

Oggi, mossi anche dall’urgenza di richieste che non possono restare inevase, i famigliari delle vittime -una trentina in tutto, di cui 3 donne e diversi bambini, uno non accompagnato- hanno varcato l’ingresso della Sala verde di Palazzo Chigi per stringere la mano del premier, con lei il sottosegretario Alfredo Mantovano e il responsabile della Farnesina Antonio Tajani. E avanzare le loro richieste, a partire dalla più dolorosa: che i corpi che il mare non ha restituito non vengano dimenticati. Che si faccia il possibile, anche quando i riflettori verranno spenti, per renderli alla terra.

I famigliari si appellano al ‘cuore di madre’ del premier più e più volte, tanto che Meloni spiega loro che sì, lei è una madre, la sua bambina ha compiuto sei anni, e nel raccontarlo a chi in questa tragedia ha perso anche i figli -la perdita e il dolore più grande- si commuove. Dunque assume l’impegno dell’Italia nel continuare a cercare quei corpi, anche quelli rimasti incagliati in quel che resta di quel caicco finito in fondo al mare.

Stesso impegno per i ricongiungimenti, perché chi è davanti al premier le chiede un’altra promessa da mantenere davanti ai suoi “ditemi concretamente cosa posso fare per voi”, ovvero di intercedere affinché chi è rimasto, chi in questo dramma senza fine ha perso fratelli, sorelle, figli, genitori, possa raggiungere i propri cari ancora in vita, nei paesi europei dove li attendevano prima che quel barcone prendesse il largo dalle coste turche. Meloni spiega che non può assicurarlo -si tratta di altri paesi europei, Germania innanzitutto- ma che si farà portatrice di questo messaggio con gli altri leader, già la prossima settimana a Bruxelles.

Il clima è disteso, Meloni stringe le mani a tutti, si commuove più volte, interrompe i mediatori culturali quando qualcosa le sfugge, non le è chiaro. Ai superstiti chiede dettagli del naufragio, loro raccontano momenti di incertezza trasformatesi in pochi attimi in terrore vivo: il fracasso dell’impatto, la barca che perde pezzi, l’acqua che sale, le cadute in mare, le grida disperate.

E allora che il premier domanda a chi ha davanti quanto fossero consapevoli dei rischi legati alle traversate, ma gli afghani presenti in Sala -il popolo in fuga dai talebani che a questa tragedia ha tributato il più alto numero di morti- rispondono raccontando di come la loro terra sia stata abbandonata, di come sia impossibile oggi restare e tentare di vivere. Chi è arrivato dalla Siria spiega che sì, il rischio lo aveva ben a mente prima di salire su quel caicco, ma avrebbe corso lo stesso pericolo restando nel proprio paese o in Turchia. Senza una vera vita da vivere, ammesso che ne restasse una, e senza alcuna libertà.

La sua domanda sui pericoli corsi viene riportata anche nella nota diramata da Palazzo Chigi subito dopo l’incontro, tanto che, nell’opposizione, muove una nuova polemica sulle parole del premier, accusata di ricalcare il ‘teorema Piantedosi’ in barba alla richiesta di dimissioni avanzate per il responsabile del Viminale. Nella sala Verde, oltre a chiedere della consapevolezza dei rischi di chi si affida a viaggi della speranza pur di fuggire dal proprio Paese, Meloni spiega a famigliari e superstiti la linea dura del governo nella lotta contro i trafficanti di essere umani, adottata per evitare che altre tragedie come quelle di Cutro tornino a trasformare il Mediterraneo in un cimitero, un orrore senza fine.

L’incontro dura quasi due ore, si ‘trascina’ nei corridoi di Palazzo Chigi anche quando la delegazione lascia la Sala Verde, dove viene scattato qualche selfie a cui il premier non si sottrae. “Grazie per la vostra presenza e per la chiarezza con la quale avete esposto i vostri drammi e le vostre richieste”, si congeda. Fuori, nella stradina che porta all’ingresso posteriore di Palazzo Chigi, il bus della Polizia attende che la delegazione salga a bordo per raggiungere Ciampino e il volo di Stato che riporterà superstiti e famigliari a Cutro.

Via dell’Impresa è chiusa a telecamere e cronisti, compresi quelli che stazionano ‘stabilmente’ nella sede del governo. Il vertice è sostanzialmente blindato, nessuna possibilità di contatto con chi, su un volo di Stato, è arrivato dalla Calabria per avanzare richieste disperate. Il passaggio del bus viene filmato dai curiosi quando, lasciatosi via dell’Impresa alle spalle, svolta verso via del Corso. I vetri sono oscurati, ma non abbastanza per scorgere qualche fazzoletto, sparuti abbracci tra i sedili e delle piccole testoline appoggiate sul vetro: lo sguardo rivolto fuori e la morte nel cuore. Di nuovo in viaggio verso Cutro. (di Ileana Sciarra)