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Libia: racconto choc pescatore ‘volevano che accusassi il comandante di traffico droga’/Adnkronos (3)

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(Trapani) – Hanno, quindi, iniziato a guardare il cellulare di Lysse. “Guardavano tutte le mie foto private e mi chiedevano chi fossero quelle persone – racconta il giovane marittimo – c’erano i messaggi con la mia ragazza, ad esempio, o con i miei amici e loro volevano sapere chi fossero quelle persone”. “Quando dopo ore non ho voluto accusare il mio comandante sono passati alle minacce – racconta ancora Lysse – mi hanno detto: ‘Sta venendo una squadra a torturarti. Tu sei un bugiardo e un pezzo di merda’. Poi mi hanno fatto uscire fuori con la faccia al muro. Mio padre non era con me. Appena mi giravo mi gridavano contro con violenza: ‘Devi stare con la faccia al muro’. Mi davano dei colpi sul braccio e continuavano a minacciarmi che avrei avuto l’ergastolo insieme con mio padre”.

Una tortura psicologica durata quasi venti ore. “A mezzogiorno sono svenuto – dice il primo ufficiale del Medinea – Poi sono caduto a terra per la stanchezza. Senza cibo. E mi hanno portato in isolamento. C’era un buco per terra per fare i propri bisogni. Era tutto buio. Ero solo. Completamente solo”.

Solo dopo tempo lo hanno fatto uscire dall’isolamento e portato insieme con gli altri pescatori italiani. “Eravamo in nove su un pick up e ci hanno portato in un posto molto vicino, l’auto avrà fatto meno di trenta metri. E ci hanno fatto entrare in un carcere militare – ricorda – Qui ci hanno spogliato. Ci volevano gettare addosso della polverina bianca. E poi lavarci con una pompa di acqua. Ci hanno detto i detenuti che era il modo in cui li lavavano. Poi però non lo hanno fatto”. Lysse ricorda che sono stati 108 giorni “di inferno” “Voglio dimenticare al più presto, ma non sarà facile”.

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