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L’abbraccio di Delpini ai malati: “Ho scoperto i limiti umani e la forza del sorriso”

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Milano, 4 mag. (Adnkronos Salute) – “Il limite e il sorriso”. Ecco cosa porterà con sé della visita al Centro clinico Nemo di Milano l’arcivescovo Mario Delpini. Lo spiega lui stesso, dopo aver salutato i pazienti con malattie neuromuscolari, e ringraziato i medici e gli operatori sanitari della struttura che si prendono cura di loro. “Ho incontrato alcune persone che a causa della malattia non possono muoversi, alcune non possono parlare – ha spiegato all’Adnkronos Salute – E quando sono persone giovani che sono accudite dai loro genitori questo è anche un motivo di angoscia, di inquietudine per il presente e per il futuro. Ho visto il limite come ciò che mortifica l’essere uomini e donne desiderosi di vivere, di fare, di andare. Ma qui ho incontrato anche il sorriso, un modo di affrontare la situazione che è capace di non farne un motivo di disperazione ma una forma di lotta volenterosa per varcare il limite, per andare oltre e fare qualcosa in più ogni giorno”.

“Ho incontrato – ha aggiunto – anche il sorriso dell’intesa tra i pazienti e il personale. Queste meravigliose persone che li conoscono per nome, che sanno il modo in cui vuol essere salutato ciascuno dei pazienti. Il sorriso del personale mi ha molto colpito, è una forma di condivisione del limite che però ne fa un’alleanza per superarlo”. Parlando da Milano, in videocollegamento anche con le altre sedi Nemo attive lungo tutta la Penisola – Roma, Brescia, Trento, Arenzano, Ancona e Napoli – Delpini ha voluto dire grazie, “sapendo quanto poco valgano queste parole che dico”.

“Sono qui – ha continuato l’arcivescovo rivolgendosi al personale presente e alle associazioni pazienti – per incoraggiare sapendo quanto siano un po’ retoriche le parole che dico, sono qui per apprezzare perché quello che ho visto dice qual è la qualità dell’incompiuto, e insieme sono qui per benedire. Dio è alleato di tutti coloro che non si rassegnano, che accettano di camminare ancora, che pur abitando nel Paese dell’incompiuto continuano a sperare nel compimento”. Per Delpini questa è “una cittadinanza insieme scomoda e promettente”. “Non riusciamo – ha ragionato – neanche a dire il grazie come vorremmo dirlo perché il personale che qui lavora, ha lavorato, ha sofferto, ha condiviso” anche durante la pandemia, “merita un grazie che, dicendolo così, sembra una cosa da niente. Ma questo fa parte del Paese dell’incompiuto, in cui non riusciamo a esprimere se non inizialmente quello che abbiamo nel cuore”. (segue)

Con l’incompiuto ci si confronta in diversi modi. Al Centro Nemo, ha evidenziato nel suo messaggio Delpini, “ci si prende cura delle malattie neuromuscolari e ogni cura rivela il suo limite. Lo slogan è: vogliamo cambiare la storia delle malattie neuromuscolari e questo non avverrà in un momento, richiede perseveranza. L’incompiuto talvolta ci mortifica perché vorremmo vedere i risultati, giungere alla meta e invece la meta è lontana, ha questo di caratteristica: che talvolta lo viviamo come una sconfitta. Non siamo ancora arrivati là dove vorremmo essere”.

Ma, ha invitato a riflettere l’arcivescovo di Milano, “talvolta questo diventa anche un invito, una specie di vocazione: siccome non siamo arrivati continuiamo a camminare, continueremo a darci da fare, a chiedere collaborazioni, a studiare, a provare, a investire risorse. Siamo chiamati a continuare a camminare nonostante le frustrazioni. Dio si è fatto carne nel figlio Gesù per abitare in questo Paese della fragilità, della mortalità, della storia di ogni precarietà. A un certo punto ha detto: è compiuto. Lo ha detto in un momento che sembrava la sconfitta definitiva, il fallimento irrimediabile. Il modo di Dio di realizzare il compimento non è il successo per cui tutti ti applaudono, ma la dedizione che non si ferma davanti a niente, fosse pure rimetterci la vita”.

E infatti, ha poi evidenziato al termine della sua visita, “il successo è una parola poco cristiana, credo. Più che successo parliamo di compimento, di portare a compimento la vocazione di ciascuno, l’impegno di migliorare la situazione dei pazienti, di dare una svolta alla storia delle malattie neuromuscolari. Successo vuol dire un modo mondano di trionfare. Noi abbiamo qui gente che invece vuole portare a compimento la scienza, la benevolenza, la vita, la capacità di relazione, la vocazione di ciascuno. Lo auguro a tutti, al personale e ai pazienti che trovano assistenza”.

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