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Hamas punta a ‘cessate il fuoco’ permanente, video con ostaggio: “Serve fase 2”

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(Adnkronos) –
Le Brigate al-Qassam di Hamas hanno diffuso un video con l'ostaggio israeliano Matan Angrest, il soldato israeliano di 21 anni rapito il 7 ottobre del 2023 dal suo carro armato al confine con la Striscia di Gaza. "L'unico modo per portarci a casa è tramite un accordo di scambio e andando avanti con la fase due", ha affermato Angrest nel video, precisando di essere in ostaggio da 511 giorni. Nel filmato, che sembra quindi essere stato girato la scorsa settimana, Angrest si rivolge al governo israeliano, al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ai leader dell'esercito israeliano, esortandoli a prendere misure immediate per garantire il suo rilascio.  La famiglia di Matan Angrest denuncia che il soldato, tra i 59 ostaggi ancora nell'enclave palestinese, fu ferito durante il rapimento, picchiato e torturato a Gaza.   Nel frattempo al Cairo è arrivata una delegazione di alto livello di Hamas per i colloqui sulla fragile tregua nella Striscia di Gaza. Lo hanno rivelato all'agenzia Afp due esponenti del gruppo. "La delegazione incontrerà domani responsabili egiziani per parlare degli ultimi sviluppi, valutare i progressi nell'attuazione dell'accordo di cessate il fuoco e affrontare questioni relative all'avvio della seconda fase dell'intesa", ha detto una fonte. Durante i colloqui con i mediatori egiziani, ha aggiunto la fonte, la delegazione di Hamas chiederà che Israele "attui l'accordo, avviando i negoziati per la seconda fase, e apra i valichi di confine per consentire l'arrivo di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza". Hamas punta a "un accordo complessivo che garantisca un cessate il fuoco permanente e completo". Le richieste di Hamas per la seconda fase, ha aggiunto l'esponente del gruppo, comprendono il ritiro completo di Israele dalla Striscia, la fine dell'assedio, la ricostruzione dell'enclave palestinese e sostegno finanziario sulla base delle conclusioni del summit arabo del Cairo dei giorni scorsi. La prima fase dell'accordo si è conclusa lo scorso fine settimana. Israele ha detto di volere una proroga fino a metà aprile, prospettiva bocciata da Hamas che punta a passare alla seconda fase, come previsto dall'intesa iniziale per porre fine al conflitto.  Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, è stato reso pubblico il rapporto della Commissione Civile sui Crimini contro le Donne e i Bambini del 7 ottobre, che pone in evidenza un aspetto particolarmente brutale dell'assalto contro il sud di Israele e conia un nuovo crimine, il 'kinocide' dall'inglese 'kin', famiglia. Secondo la commissione, durante il massacro del 7 ottobre del 2023 Hamas ha fatto un ''uso sistematico della violenza sui nuclei familiari come arma di guerra''. Il rapporto identifica sette modalità ricorrenti di sfruttamento dei legami emotivi familiari al fine di intensificare e massimizzare dolore e sofferenza delle vittime. Innanzitutto la commissione di atti di violenza, tra cui omicidio o lesioni gravi, in presenza di parenti. Quindi l'assassinio di tutti i membri della famiglia presenti in casa al momento del massacro oltre al rapimento e alla prigionia di membri del nucleo familiare, compresi i minori. Segnalato poi l'uso di mezzi digitali e social network, compreso l'impiego indebito degli account delle vittime, per trasmettere gli abusi ai loro familiari e amici nonché al grande pubblico. C'è inoltre la separazione deliberata dei familiari gli uni dagli altri e l'incendio doloso e vandalismo delle abitazioni familiari, spesso con i membri del nucleo al loro interno. Il rapporto segnala la necessità di una terminologia che denoti la forma di violenza descritta, affinché quest’ultima possa essere riconosciuta e combattuta efficacemente, garantendo giustizia e assenza di impunità. Riconosce, inoltre, come l’esistenza di un vocabolo ad hoc sia fondamentale anche per le vittime, perché dispongano di strumenti per esprimere la violenza subita. A tal fine, il report conia il neologismo 'kinocide'. Il rapporto sottolinea inoltre come l’uso della violenza contro le famiglie come arma di guerra sia un fenomeno a carattere globale e storico. Tra i numerosi casi antecedenti al 7 ottobre, sono menzionati quelli dell’Iraq, della Siria, del Ruanda, della Bosnia-Erzegovina, del Myanmar, dello Sri Lanka, della Sierra Leone, della Russia e dell’Ucraina, nonché della Germania nazista e dell’olocausto armeno. Sebbene l’unità familiare sia tutelata dal diritto internazionale dei diritti umani, spiega la commissione, il diritto penale internazionale esistente non fornisce protezione adeguata per le famiglie, in quanto le proibizioni esistenti (come ad esempio i divieti di uccidere, imprigionare e torturare i civili) non colgono la specificità del male insito negli attacchi mirati e sistematici contro le famiglie e nello sfruttamento dei legami familiari per intensificare la sofferenza delle vittime. Il rapporto chiede l’integrazione del crimine di 'kinocide' nel diritto penale internazionale attraverso il suo riconoscimento nel quadro dei crimini esistenti, specificamente, come un crimine contro l’umanità, un crimine di guerra, una forma di genocidio, una forma di tortura. O come un nuovo e distinto crimine internazionale, specificamente incorporandolo nel progetto di convenzione sui crimini contro l’umanità o creando un nuovo trattato internazione sul crimine in questione. Infine, il rapporto raccomanda l’istituzione di un fondo internazione per sostenere le vittime di kinocide.    —internazionale/[email protected] (Web Info)

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