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Guinea Bissau, parla l’attivista arrestata: “Ora libera, ma incubo non è finito”

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(Adnkronos) – "Sono molto stanca, ma finalmente libera dopo dieci giorni e dieci notti che sono sembrati dieci mesi'' in un carcere in Guinea-Bissau. Libera, ma ''non so ancora a quali condizioni'', dice all'Adnkronos Valentina Cirelli, l'attivista e imprenditrice italiana arrestata il 19 aprile scorso, spiegando che nel Paese è in corso ''lo sciopero dei giudici, che durerà una o due settimane'' e almeno fino ad allora non conoscerà le condizioni del suo rilascio. ''L'incubo non è ancora finito'', prosegue, ''il mio avvocato mi ha spiegato che forse sarò sottoposta all'obbligo di firma'', ma non si sa con quale periodicità e ''non so nemmeno quando ci sarà il processo, ma so che ci sarà''.  Quello che Cirelli sa è che è stata accusata "di istigazione, di aver istigato la popolazione locale a incendiare l'auto di un'azienda cinese, la Gmg international, che sfrutta una miniera di sabbie pesanti a Varela''. Ma ''contro di me non c'è alcuna prova, io sono innocente. Mi hanno voluto far pagare 10 anni di denunce contro l'esplorazione di una miniera abusiva''. Questa consapevolezza, racconta, ''mi ha dato forza in carcere. Dove per un periodo sono stata tenuta in isolamento'' e dove ''ho dormito su una spugna per terra, nella sporcizia e con un caldo atroce, un giorno per sei ore non mi hanno permesso di andare in bagno''. E questo perché ''avevo chiesto di parlare con il mio avvocato'', ma ''per giorni me lo hanno impedito, sono stati negati i miei diritti''. A darle ''una grandissima forza'' è stato ''l'incontro con il console. Da mercoledì è venuto tutti i giorni e lo ringrazio dal profondo del mio cuore. Mi ha detto che dall'Italia stavano muovendo le montagne per farmi tornare libera e questo mi ha dato molta forza''. Ora Cirelli, che vive da dieci anni in Guinea-Bissau dove gestisce un piccolo hotel, racconta di ''non avere paura: mi sento protetta e ho fiducia nella giustizia''. Una fiducia che però, dietro le sbarre, ha vacillato. ''Quando resti chiuso in una cella la mente va – racconta – Ho pensato che avessero fabbricato prove false, che avessero pagato qualcuno per accusarmi''. E poi, ancora, ''ho pianto, urlato di rabbia contro il governo, condannato la tirannia e l'abuso di potere, gridato che mi venivano negati i miei diritti''. Diritti negati da quando, lo scorso 18 aprile, ''nel venerdì santo sei militari si sono presentati al mio hotel per portarmi via, senza un mandato. Quando siamo arrivati alla spiaggia c'erano altri militari, una ventina, e sempre senza mandato mi hanno detto che dovevano portarmi nella capitale perché dovevano interrogarmi''. In relazione all'incendio di una macchina dell'azienda cinese Gmg. ''Erano le 19.30, da lì a poco avrebbe fatto buio, ma mi hanno detto che era un caso molto urgente e non si poteva rimandare – racconta – Ho avuto fiducia e li ho seguiti, ero molto serena''. Poi il carcere, la negazione dei colloqui con il suo avvocato, la Pasqua dietro le sbarre. ''Lunedì sono stata interrogata da otto militari. Mi hanno spiegato che il mio era un caso militare, non civile'', afferma, spiegando che ''mi hanno trasferito al ministero degli Interni per essere ancora interrogata e ancora senza il mio avvocato''. Ora che è tornata libera, l'attivista ligure promette: "Racconterò la mia storia sui social, continuerò a denunciare le ingiustizie e le attività in miniera che avvantaggiano solo il governo, ma causano inquinamento, contaminazione delle acque, sfollamento della popolazione, prostituzione. Non metteranno fine alla mia battaglia con la violenza''. —internazionale/[email protected] (Web Info)

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