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Consulenti: lavoro da casa è sempre più smart, italiani non vogliono tornare indietro

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Bologna, 23 giu. (Adnkronos/Labitalia) – Il lavoro da casa? E’ sempre più ‘smart’, e i lavoratori non vogliono tornare indietro, pronti a essere valutati per i risultati raggiunti e non per l’orario di lavoro. E’ uno degli aspetti che emergono dalla ricerca ‘Italiani e lavoro nell’anno della transizione’ condotta da Fondazione studi consulenti del lavoro e Swg, e che sarà, insieme ad altre indagini, al centro del dibattito alla tredicesima edizione del Festival del lavoro, che si apre oggi alle 15 al Palazzo della Cultura e dei Congressi a Bologna.

Secondo la ricerca dei consulenti del lavoro il numero dei lavoratori in smart working è passato da 7,1 milioni (31,6% del totale) di aprile 2021 a 5,3 milioni (23,5%) di giugno 2022. Dall’altro lato, l’adozione di una modalità prevalentemente ibrida (17,9% dei lavoratori), la migliore perimetrazione delle professionalità coinvolgibili, la messa a regime del nuovo modello da parte delle aziende, con interventi su tutte le diverse dimensioni interessate (comunicazione, processi, salute e sicurezza lavoro, tecnologie, protezione dati) hanno consolidato un nuovo modo di lavorare, che si presenta con tratti molto diversi rispetto all’esperienza emergenziale.

Infatti secondo l’indagine, se nel 2021 gli stessi lavoratori ‘da casa’ fornivano un giudizio ambivalente, evidenziando le tante criticità a questo connesse (forniva una valutazione positiva il 52% dei lavoratori, negativa o incerta il 48%), a giugno 2022, l’84,2% dei lavoratori in smart working promuove a pieni voti il nuovo modello.

Secondo l’indagine il 31,8% (nel 2021 erano il 16,7%), di fronte all’ipotesi di tornare a lavorare in presenza, non accetterebbe: cambierebbe lavoro (16,9%) o potrebbe arrivare a licenziarsi (9,3%). Tra gli under 35, la quota degli ‘irriducibili’ arriva al 48,6%, ma anche tra i 35-44enni, il 40,7% non è più disposto a rinunciarvi. Crescono in un anno i tanti vantaggi percepiti dai lavoratori, sia in termini personali (aumenta ancora di più rispetto al 2021 la già alta quota di quanti riconoscevano come principale beneficio la possibilità di una migliore conciliazione tra vita privata e impegni di lavoro, arrivando all’80,7%) che, soprattutto, professionali: aumentano autonomia e responsabilità dei lavoratori (dal 51,6% al 63,4%), produttività e concentrazione (dal 42,3% al 61,6%), possibilità di ampliamento del mercato per gli autonomi (34,5%).

Di contro, la ripresa della didattica in presenza, ma anche una migliore gestione dello strumento da parte di imprese e lavoratori, riducono secondo i consulenti, le controindicazioni del nuovo modo di lavorare: diminuisce la quota di occupati che lamenta l’allungamento dei tempi di lavoro (passa dal 53,1% del 2021 al 38,4% del 2022), il peggioramento del clima e delle relazioni in azienda (dal 49,7% al 29,8%), il sovraccarico di lavoro e lo stress da prestazione (dal 49,7% al 28,4%), gli stessi problemi fisici causati dall’inadeguatezza delle postazioni domestiche (dal 48,3% al 23,5%).

Si consolida, quindi, nell’anno, secondo i consulenti del lavoro, un modello che piace e funziona. Che cambia il lavoro, la sua organizzazione, ma anche la cultura sottostante. Il 50,2% dei lavoratori dipendenti preferirebbe essere valutato sui risultati invece che vedere misurata la propria prestazione sull’orario di lavoro. Per il 19,6% la valutazione per obiettivi è già una prassi. Il 20,6% è incerto, mentre solo il 9,7% è contrario ad uscire fuori dalla logica dell’orario.