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Caso Amara: pm, ‘condannare Davigo a 1 anno e 4 mesi per rivelazioni su loggia Ungheria’ (2)

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(Adnkronos) – La pubblica accusa riconosce all’imputato le attenuanti generiche dato l'”irreprensibile comportamento processuale e per avere spiegato con grande chiarezza le ragioni del proprio operato, contribuendo alla ricostruzione del fatto”. Se la rivelazione a Nicola Morra potrebbe costare sei mesi di pena a Davigo, il pm chiede in aggiunta un mese in più per le ulteriori rivelazioni di quei verbali rese a persone legate al Consiglio superiore della magistratura, che “sono state usate per mettere in guardia il Csm da un potenziale massone”, secondo le rivelazioni contenute nei verbali di Amara sulla presunta loggia Ungheria di cui avrebbe fatto parte anche l’allora consigliere Sebastiano Ardita, parte civile nel processo.

La scelta di Davigo di non fare una relazione sulla vicenda, ossia su quanto raccontato e consegnato dal pm di Milano Paolo Storari che lamentava una presunta inerzia dei vertici della procura sulla presunta loggia massonica, ha fatto sì che tutto “sia rimasto nel chiacchiericcio e nell’uso privato di informazioni pubbliche”. In particolare per la pubblica accusa, rappresentata in aula anche dal pm Donato Greco, Morra è “esterno al Csm, è un parlamentare che non ha nessun titolo per conoscere quelle informazioni. Quella rivelazione è la più grave, ma quelle antecedenti e successive sono ulteriormente illecite”, e hanno come finalità quella di “mettere in guardia” da Ardita, “mai di formalizzare” l’aver ricevuto quei verbali resi da Amara, in formato word, che erano stati secretati dalla procura milanese. “La ragione per la quale in realtà non si mai fatto entrare nel circuito della legalità questi atti è semplice, nel farli entrare nel circuito legali del Csm Davigo avrebbe dovuto spiegare come li aveva ottenuto e quindi esporre Storari a possibili conseguenze” disciplinari.

Contestata anche la rivelazione alle ex segretarie Giulia Befera e Marcela Contrafatto: “era facilissimo tenerle fuori da questo circuito informativo, si è scelto di non farlo” accusa il pm Milanese che ricorda come “in presenza di un grave pericolo per la Repubblica”, che si è rivelato falso, “la risposta deve essere il più profondo e leale attaccamento alle norme, c’è chi ha fatto del rispetto di quelle norme un progetto di vita. Appare difficile ritenere che la gestione di questa vicenda abbia incrementato la fiducia dei cittadini: non si è evitato alcun danno, si è semplicemente scelto chi e quando doveva sapere, in un chiacchiericcio che non hanno trovato nessun risconto nell’istruttoria”.