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Calcio, 40 anni dall’Heysel: una festa di sport finita in strage

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(Adnkronos) –
Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, una partita di calcio diventa teatro di una strage con 39 morti, di cui 32 italiani, e più di 600 feriti. “Oggi è la giornata del ricordo di quello che è successo 40anni fa, e’ importante ricordare ma soprattutto è importante essere vicini a chi era lì ma vicini anche alla Juventus”, afferma John Elkann in occasione dell’inaugurazione del memoriale dedicato alle vittime.  “Il dolore per la tragedia dell’Heysel è ancora vivo, quanto successo 40 anni fa a Bruxelles rappresenta una ferita ancora non rimarginata nella vita dei familiari delle vittime e nel vissuto comune dell’intera famiglia calcistica europea. Il ricordo e la testimonianza di quei terribili fatti servano da monito perenne, affinché una festa di sport non si trasformi mai più in un’occasione di sofferenza”., le parole del presidente della Figc, Gabriele Gravina.  Quel giorno è in programma alle 20:15 la finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool. Una partita storica che mette di fronte gli inglesi, vincitori del trofeo per quattro volte nei precedenti otto anni, e la squadra di Giovanni Trapattoni, alla ricerca della prima coppa dalle grandi orecchie della loro storia.  La partita è importante, in campo ci sono Michel Platini, Paolo Rossi, Gaetano Scirea, ma anche Kenny Dalglish, Ian Rush e John Wark: un'occasione unica per gli appassionati di calcio che non vogliono perdere una sfida così piena di stelle. Vengono venduti molti più biglietti di quanti l'impianto possa contenere: oggi dopo tre ristrutturazioni lo stadio belga ha una capacità di 50.000 spettatori, a vedere la partita nel 1985 sono almeno 8000 persone in più.  I tifosi della Juventus vengono messi in una curva, quelli del Liverpool in quella di fronte, con una parte della gradinata occupata da tifosi italiani, proprio accanto agli hooligans inglesi. A separare la frangia più violenta del tifo d'oltremanica una decina di poliziotti e una rete metallica che non basta a salvaguardare i tifosi italiani arrivati in Belgio. Vicino allo stadio c'è un cantiere da cui gli ultras inglesi si riforniscono di oggetti contundenti ma non solo: per i tifosi inglesi fa parte del clima di festa bere, fare casino per le vie del centro di Bruxelles ed entrare muniti anche di alcolici nello stadio. Nessuno li ferma, nessuno li controlla e gli inglesi già prima che cominci la finale iniziano a colpire i tifosi della Juventus lanciando sassi, bottiglie e tutto ciò che potesse fare male.  La gioia per quello che potrebbe succedere nel rettangolo di gioco si trasforma in paura di quel che accade all'esterno: la rete metallica non è abbastanza per limitare gli hooligans che iniziano ad assalire i tifosi bianconeri. Quello che doveva essere il teatro di una semplice partita di calcio diventa il teatro di una strage: tra i tifosi bianconeri non ci sono ultras intenzionati a rispondere con la violenza agli attacchi dei tifosi del Liverpool ma famiglie, donne, bambini, che per la paura si riversano sul muretto che dà sul campo. La partita sul campo da calcio dovrebbe cominciare alle 20:15 ma è dalle 18 che i tifosi inglesi hanno preso di mira quelli italiani, inermi e indifesi davanti all'ondata rossa che li colpisce ogni minuto, con le aste delle bandiere usate come spranghe e la voglia dei tifosi bianconeri di vedere la partita che diventa un peccato mortale.  Sono le 19:32, manca meno di un'ora all'inizio della partita ma non si sentono più le urla dei tifosi, non c'è niente da festeggiare: il muro adiacente allo stadio crolla, moltissimi tifosi bianconeri cadono sul campo, prendendo anche le manganellate dei poliziotti che pensavano a un'invasione prematura. Chi è allo stadio si ritrova a contare non le reti segnate, non le giocate effettuate, ma i corpi dei morti e dei feriti che vengono caricati sulle transenne per essere portati fuori dallo stadio. Gli ultras della Juventus che nella curva opposta hanno visto quel che è successo vogliono rendere giustizia ai propri connazionali, riversandosi in campo e promettendo un secondo tempo di una sfida sanguinosa senza vincitori.  I giocatori della Juventus allora entrano in campo per stemperare la tensione, la dirigenza bianconera chiede di non giocare ma per l'Uefa e le autorità belghe, forse per non ammettere che per una cattiva gestione della serata una partita di calcio non si è giocata, minaccia la Juventus di assegnare a tavolino la coppa agli avversari inglesi. La paura è che le cose possano peggiorare perché non c'è mai limite al peggio, ma dovrebbe esserci un limite alla decenza.  
Alla fine i giocatori di Liverpool e Juventus si presentano sul terreno per giocare alle 21:45 ma non si tratta più di un gioco: la finale di Coppa dei campioni diventa un'opera tragica in cui in scena vanno 22 attori che fingono che una partita di calcio sia più importante della vite delle persone. Alla fine la Juventus diventa campione d'Europa grazie al rigore di Michel Platini che, come tutti i suoi compagni, da quel giorno non vuole più parlare di quella partita, passata alla storia per quello che è successo prima della sfida e fuori dal rettangolo verde. Di tempo ne è passato, la giustizia ha fatto il suo corso, il tifo si è evoluto e l'organizzazione delle partite è migliorata, ma dopo 40 anni la domanda non è cambiata: si può morire per una partita di calcio? —[email protected] (Web Info)

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