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Acqua e guerre/3 Lo stress idrico. Cosa e’ e cosa causa

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L’acqua e’ un bene comune. O almeno cosi’ dovrebbe essere. Ma per un uso equo e per evitare danni a fiumi e laghi essa viene spesso istituzionalizzata

Continuiamo il nostro viaggio nella serie l’acqua e le guerre. Oggi nel mondo si contano 261 fiumi che corrono in acque internazionali, insieme ricoprono quasi la metà dell’intera superficie del globo e innumerevoli corsi d’acqua condivisi. E ancora con il loro scorrere sono fonte di tensione per il 40% della popolazione mondiale.

Il termine “stress idrico” è stato coniato intorno al 1989 e sta a significare quella data situazione nelle relazioni internazionali per cui in presenza di scarsità d’acqua in un ambiente arido o semiarido si arriva ad alte e intense pressioni politiche tra Stati sovrani.

Dalle analisi degli studiosi l’acqua è ritenuta la causa storica dei conflitti armati e sarà per tutto il 21° secolo la risorsa per cui si combatterà. È stata causa di tensioni politiche tra arabi e israeliani, indiani e bengalesi, americani e messicani e tutti e dieci gli stati rivieraschi del Nilo. Inoltre, l’acqua non solo ignora i nostri confini politici ma sfugge ad una qualsiasi classificazione istituzionale.

E’ del 1997 la Convenzione sugli usi della non navigazione della Commissione internazionale sui corsi d’acqua. Essa riflette dopo 27 anni di sviluppi la difficoltà e la complessità dello sposare insieme il diritto con il fattore idrologico, ma fornisce anche molti principi importanti per la cooperazione, la gestione congiunta e l’istituzionalizzazione. La convezione espone due principi inerenti il tema del conflitto che sono “uso equo” e “obbligo a non causare danni apprezzabili”.

Il primo riflette sulla protezione implicita dei bisogni del presente e di quelli del passato mentre il secondo che si riferisce a “nessun danno significativo” protegge efficacemente gli usi preesistenti.

(Chiara Palmieri) 

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