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PFAS nelle salviette umidificate: cosa dicono davvero i test di laboratorio e qual è il problema vero

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di Redazione Ecoseven – 28/07/2026

PFAS nelle salviette umidificate: cosa dicono i test

In breve,

i PFAS nelle salviette umidificate sono l’allarme che circola da due anni sui social e nelle cause legali americane, ma il test più ampio e recente non li ha trovati: diciotto marche analizzate, trenta composti cercati, nessuna rilevazione. La paura si è formata su un equivoco tecnico preciso, che vale la pena capire. Il problema reale di queste salviette è un altro, sta scritto sulla confezione, e riguarda anche i prodotti venduti come biodegradabili.

PFAS nelle salviette umidificate?No

Se avete cercato “PFAS salviette” negli ultimi mesi avete trovato titoli allarmanti, class action americane e liste di marche “da evitare”. È uno dei casi in cui vale la pena separare tre cose che vengono continuamente confuse: quello che i laboratori hanno misurato, quello che i laboratori hanno concluso, e quello che è stato raccontato.

La risposta breve: sui dati oggi disponibili, l’allarme PFAS non è confermato. Ma le salviette umidificate hanno un problema documentato, normato da anni in Europa, e molto meno discusso.

Da dove nasce l’allarme sui PFAS nelle salviette umidificate

L’origine sta in una serie di analisi indipendenti condotte negli Stati Uniti a partire dal 2022 su prodotti per l’infanzia, e nelle cause legali che ne sono seguite.

Nel 2024 due azioni collettive hanno preso di mira le salviette per bambini: una contro Costco per il marchio Kirkland Signature, una contro Kimberly-Clark per la linea Huggies. Le analisi allegate alla causa contro Costco indicavano circa 3,7 parti per miliardo di fluoro organico nelle salviette.

Entrambe le cause sono state successivamente respinte o ritirate. Ma nel frattempo la notizia aveva fatto il giro dei social, dove “fluoro organico rilevato” si era già trasformato in “salviette piene di PFAS”.

La preoccupazione di fondo, va detto, non è irragionevole. La pelle dei neonati è stimata dal 20 al 30% più sottile di quella degli adulti e il loro rapporto tra superficie corporea e peso amplifica l’esposizione a parità di dose. E il consumo è enorme: uno studio ha stimato che un bambino può arrivare a circa 10.000 salviette nei primi tre anni di vita. Se ci fosse un problema, sarebbe un problema serio.

Cosa hanno trovato i test: nessun PFAS rilevato su 18 marche

L’11 giugno 2026 Consumer Reports ha pubblicato i risultati della sua analisi di laboratorio, ed è oggi il dato più solido disponibile.

Sono state testate salviette di 18 aziende — tra cui Huggies, Pampers, Kirkland Signature, Coterie, Millie Moon e le private label di Amazon e Walmart — cercando 30 singoli composti PFAS con un metodo validato dall’agenzia ambientale statunitense, capace di rilevare concentrazioni fino a 2,3 nanogrammi per campione.

Nessun prodotto è risultato positivo. Nessuno.

I 30 composti cercati sono quelli più frequentemente riscontrati nei prodotti di consumo e più associati a effetti sanitari documentati. È un punto che va riportato con onestà: la famiglia dei PFAS conta oltre 10.000 composti, e l’agenzia statunitense ne stima più di 21.000 noti. “Nessun PFAS rilevato” significa quindi “nessuno dei trenta più rilevanti, sopra una soglia molto bassa”. Non è una certificazione di assenza assoluta, ed è comunque un risultato forte.

Perché i test precedenti sembravano dire il contrario

Qui sta il nodo tecnico che spiega tutta la vicenda, e che quasi nessuno ha raccontato.

I test che avevano generato l’allarme non cercavano i PFAS. Cercavano il fluoro organico totale, con un metodo di combustione in pallone di ossigeno seguito da misurazione con elettrodo iono-selettivo.

È una differenza sostanziale. Il fluoro organico è un marcatore indiretto: si usa perché tutti i PFAS contengono fluoro legato al carbonio, quindi la sua presenza suggerisce che dei PFAS possano esserci. Ma quel metodo:

  • non distingue quali PFAS siano presenti;
  • non ne quantifica le concentrazioni;
  • cattura anche altre sostanze che contengono fluoro organico ma non sono PFAS problematici, tra cui fluoropolimeri, alcuni farmaci e comuni refrigeranti idrofluorocarburi;
  • nelle analisi divulgate aveva una soglia di rilevazione di 10 ppm, molto più grossolana dei metodi specifici.

Una valutazione pubblicata nel maggio 2026 sull’esposizione cutanea ai PFAS nei prodotti di consumo arriva alla conclusione che, in assenza di una valutazione quantitativa dell’esposizione, la base scientifica per affermare un rischio sanitario dalla presenza in tracce nelle salviette resta speculativa.

Tradotto: un segnale di fluoro non è una diagnosi di contaminazione, e un numero senza una stima di dose assorbita non dice nulla sul rischio.

In Europa il quadro normativo è diverso da quello americano

Tutti i test citati sono statunitensi, su un mercato regolato in modo differente. Negli Stati Uniti nessuno standard federale obbliga oggi i produttori di prodotti per la cura personale a testare i PFAS o a pubblicare i risultati.

In Unione europea la situazione è più stringente su due fronti.

Le salviette umidificate per l’igiene personale ricadono nel regolamento cosmetici 1223/2009, che vieta l’impiego di sostanze classificate come cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione, salvo eccezioni valutate dal comitato scientifico.

Soprattutto, i PFAS più critici sono già vietati a monte, per qualunque prodotto. L’acido perfluoroottanoico (PFOA), classificato dallo IARC come cancerogeno per l’uomo di classe 1, è incluso nell’allegato I del regolamento sugli inquinanti organici persistenti (UE) 2019/1021, con restrizioni ulteriormente rafforzate dal regolamento delegato (UE) 2025/1399. Per il PFOS, primo PFAS regolamentato in Europa, il regolamento delegato (UE) 2025/718 ha abbassato i limiti a 0,025 mg/kg in sostanze e miscele — erano 10 mg/kg — e allo 0,025% in peso negli articoli, con applicazione dal 3 dicembre 2025.

Il quadro è inoltre in movimento. Nel gennaio 2023 Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia hanno presentato all’Agenzia europea per le sostanze chimiche una proposta di restrizione dell’intera famiglia dei PFAS ai sensi del regolamento REACH. Nel marzo 2026 il comitato per la valutazione dei rischi dell’ECHA ha concluso la propria valutazione scientifica: la proposta è stata aggiornata con 74 deroghe, rispetto alle 26 iniziali, e tempi di eliminazione progressiva fino a 13,5 anni per i settori più complessi. La valutazione completa è attesa entro la fine del 2026, dopo di che spetterà alla Commissione decidere.

Per il contesto italiano su questa classe di sostanze rimane centrale il caso veneto, che abbiamo ricostruito parlando di inquinamento da PFAS e della sentenza di Vicenza.

Il problema vero: sono plastica, anche quando c’è scritto biodegradabile

Mentre si discuteva di PFAS, il problema documentato delle salviette umidificate era già scritto sulla confezione.

La direttiva europea sulla plastica monouso include espressamente le salviette umidificate tra i prodotti soggetti a marcatura obbligatoria. Il regolamento di esecuzione (UE) 2020/2151 dedica il proprio allegato II alle salviette pre-umidificate per l’igiene personale e per uso domestico, imponendo per gli imballaggi con superficie pari o superiore a 10 cm² una marcatura stampata con prescrizioni vincolanti su posizione, dimensioni e grafica. L’obbligo si applica dal 3 luglio 2021; in Italia il recepimento è il decreto legislativo 196/2021, in vigore dal 14 gennaio 2022. Le salviette rientrano anche nel regime di responsabilità estesa del produttore.

Quella marcatura serve a comunicare tre cose: la presenza di plastica nel prodotto, la corretta gestione del rifiuto e l’impatto ambientale della dispersione.

E qui arriva il dettaglio che ribalta molti acquisti fatti in buona fede. La definizione europea di plastica comprende anche le plastiche biodegradabili e compostabili, mentre esclude soltanto i polimeri naturali non modificati chimicamente. Una salvietta venduta come “biodegradabile” resta quindi, ai fini della direttiva, un prodotto in plastica, e va marcata come tale.

Il decreto italiano introduce poi un’ulteriore sfumatura: non considera prodotti in plastica quelli con rivestimenti plastici di peso inferiore al 10% del peso totale che non costituiscano componente strutturale principale del prodotto finito.

Le conseguenze pratiche sono note: le salviette gettate nel WC non si disgregano come la carta igienica, si aggregano con grassi e residui e contribuiscono agli accumuli che ostruiscono le reti fognarie, con costi di manutenzione a carico della collettività. Ed è materiale che, disperso, si frammenta come qualunque altra plastica — lo stesso meccanismo per cui finiamo per trovare la plastica insieme a mele e carote e per cui l’Europa ha stretto le regole anche su bottiglie e imballaggi. È un volume che si somma a quello, ben più grande, generato dai maggiori produttori di plastica al mondo.

In pratica: cosa fare e cosa evitare

Cosa fare

  • Leggere la marcatura obbligatoria sulla confezione: se è presente il pittogramma “Prodotto in plastica”, la salvietta contiene plastica, indipendentemente dalle diciture commerciali.
  • Controllare la composizione della fibra: poliestere, polipropilene e viscosa hanno comportamenti ambientali molto diversi tra loro.
  • Gettare sempre le salviette usate nel rifiuto indifferenziato, mai nel WC, qualunque cosa riporti la confezione.
  • Per l’igiene quotidiana a casa, preferire acqua e detergente delicato o panni lavabili: le salviette sono nate come soluzione da fuori casa, non come standard domestico.
  • Preferire, quando servono, prodotti a fibra di pura cellulosa e con lista ingredienti completa e leggibile.

Cosa evitare

  • Basare le scelte d’acquisto su liste di marche “contaminate” circolanti sui social e non riconducibili a un laboratorio, a un metodo dichiarato e a una soglia di rilevazione.
  • Interpretare un dato di fluoro organico come misura di PFAS: sono due cose diverse.
  • Considerare “biodegradabile” o “compostabile” come sinonimo di “senza plastica”: la normativa europea dice il contrario.
  • Usare salviette umidificate in sostituzione sistematica del lavaggio, soprattutto sulla pelle dei neonati, dove i tensioattivi e i conservanti ripetuti hanno un impatto proprio a prescindere dai PFAS.

 

F.A.Q. – Domande Frequenti

Le salviette umidificate contengono PFAS?

Sulla base del test più ampio e recente disponibile, no. Consumer Reports ha analizzato nel giugno 2026 le salviette di 18 aziende cercando 30 composti PFAS con metodo validato dall’agenzia ambientale statunitense e sensibilità fino a 2,3 nanogrammi per campione, senza alcuna rilevazione positiva. Va precisato che i PFAS sono oltre 10.000 composti e che il test ne copriva i trenta più rilevanti per diffusione e rischio documentato: il risultato è solido ma non equivale a una certificazione di assenza totale.

Perché alcune analisi avevano trovato sostanze fluorurate nelle salviette?

Perché misuravano il fluoro organico totale, un marcatore indiretto, e non i singoli PFAS. Quel metodo non identifica quali composti siano presenti né in che concentrazione, e rileva anche sostanze fluorurate che non sono PFAS problematici, come fluoropolimeri, alcuni farmaci e refrigeranti idrofluorocarburi. Una valutazione del 2026 sull’esposizione cutanea conclude che senza una stima quantitativa dell’esposizione non è possibile affermare un rischio sanitario da presenze in tracce.

I PFAS sono vietati in Europa?

Solo in parte. Il PFOA, classificato dallo IARC come cancerogeno per l’uomo di classe 1, è vietato in base al regolamento sugli inquinanti organici persistenti (UE) 2019/1021, con restrizioni rafforzate nel 2025; per il PFOS i limiti sono stati abbassati a 0,025 mg/kg in sostanze e miscele a partire dal 3 dicembre 2025. La gran parte della famiglia non è però ancora regolamentata singolarmente: dal gennaio 2023 è in corso presso l’ECHA la valutazione di una proposta di restrizione dell’intera classe, presentata da cinque Paesi europei, la cui valutazione scientifica completa è attesa entro la fine del 2026.

Le salviette biodegradabili sono senza plastica?

Non necessariamente. La definizione di plastica adottata dalla normativa europea sulla plastica monouso include espressamente le plastiche biodegradabili e compostabili, escludendo soltanto i polimeri naturali non modificati chimicamente. Una salvietta commercializzata come biodegradabile può quindi essere, a tutti gli effetti normativi, un prodotto in plastica e recare la marcatura obbligatoria. Per verificarlo occorre leggere la composizione della fibra, non le diciture promozionali.

Si possono buttare le salviette umidificate nel WC?

No, mai, nemmeno quelle indicate come disperdibili o biodegradabili. A differenza della carta igienica non si disgregano rapidamente in acqua: si aggregano con grassi e altri residui e contribuiscono alla formazione degli accumuli che ostruiscono le condotte fognarie, con costi di manutenzione a carico della collettività. Vanno conferite nel rifiuto indifferenziato.


ATTENZIONE: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce il parere di un medico, di un pediatra o di un dermatologo. In caso di irritazioni, arrossamenti o reazioni cutanee dopo l’uso di salviette umidificate, in particolare sulla pelle dei neonati, è necessario sospenderne l’impiego e rivolgersi a un professionista sanitario. I dati di laboratorio qui riportati provengono da analisi condotte sul mercato statunitense e non sono automaticamente estendibili a tutti i prodotti in commercio in Italia; l’assenza di rilevazione riguarda i composti effettivamente cercati e le soglie analitiche dichiarate. Il quadro normativo europeo sui PFAS è in evoluzione e va verificato alla data di consultazione.

Fonti: Consumer Reports, test su salviette per bambini di 18 aziende per 30 composti PFAS con metodo validato EPA, pubblicato l’11 giugno 2026 — la rivendicazione virale di una contaminazione diffusa da PFAS nelle salviette non risulta confermata da questa analisi; TRC Companies, valutazione sull’esposizione cutanea ai PFAS nei prodotti di consumo, maggio 2026; Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio sui prodotti cosmetici; Regolamento (UE) 2019/1021 sugli inquinanti organici persistenti, allegato I, come modificato dai regolamenti delegati (UE) 2020/784, (UE) 2025/718 e (UE) 2025/1399; Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), proposta di restrizione dei PFAS presentata nel gennaio 2023 da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, conclusioni del comitato per la valutazione dei rischi del marzo 2026; Direttiva (UE) 2019/904 sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, articolo 7; Regolamento di esecuzione (UE) 2020/2151 della Commissione, allegato II, sulle specifiche di marcatura armonizzate per le salviette umidificate; decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 196, di recepimento italiano; Commissione europea, portale Your Europe, requisiti su plastica monouso e etichettatura.

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