Microbioma e tumore al colon: il legame provato, i tre miti da sfatare e l’esame che conta davvero
di Redazione Ecoseven – 27/07/2026

In breve,
Il legame tra microbioma e tumore al colon è reale ma spesso raccontato male: la ricerca ha individuato batteri e tossine associati al carcinoma del colon-retto, non una causa unica da neutralizzare con un integratore. Nel frattempo un mercato di test fecali da 150 a 300 euro promette risposte che nessuno di quei kit è autorizzato a dare, mentre l’unico strumento con efficacia dimostrata è gratuito e più della metà della popolazione italiana che ne avrebbe diritto non lo utilizza.
Microbioma e tumore al colon
Negli ultimi due anni il rapporto tra batteri intestinali e carcinoma del colon-retto è diventato uno degli argomenti più frequentati della divulgazione sanitaria, spinto da due studi importanti e da un fenomeno epidemiologico che preoccupa gli oncologi: l’aumento dei casi sotto i 50 anni.
Il risultato è un cortocircuito informativo. La ricerca produce dati solidi ma prudenti; la comunicazione li trasforma in titoli sulla “causa scoperta”; il mercato li converte in kit diagnostici che promettono di leggere il rischio oncologico in una provetta di feci. In mezzo resta il lettore, che vorrebbe sapere una cosa sola: cosa deve fare, concretamente.
Questo articolo separa i tre livelli.
Il legame reale tra microbioma intestinale e tumore del colon-retto
Che la composizione della flora batterica intestinale sia diversa nelle persone con carcinoma del colon-retto è un dato consolidato. La prova più ampia disponibile arriva dall’analisi coordinata da Nicola Segata del Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento, pubblicata su Nature Medicine nel giugno 2025.
Il gruppo ha messo insieme 3.741 metagenomi fecali provenienti da 18 coorti internazionali, tra pazienti con tumore, pazienti con adenoma e controlli sani. Tre risultati meritano attenzione:
- l’analisi del solo metagenoma intestinale distingue i casi dai controlli con un’accuratezza media (AUC) di 0,85;
- sono state identificate 19 specie batteriche non precedentemente profilate e cladi distinti di Fusobacterium nucleatum, un batterio normalmente residente nel cavo orale;
- specifiche specie separano i tumori del colon destro da quelli del colon sinistro, con un arricchimento di microrganismi di origine orale.
Un dato aggiuntivo, spesso trascurato: nei pazienti oncologici cresce il cosiddetto punteggio orale-intestinale, cioè la presenza nell’intestino di batteri che dovrebbero stare in bocca. Non è un dettaglio curioso, è un indizio meccanicistico.
Il colon non è peraltro l’unico organo in cui la microflora intestinale viene studiata in chiave oncologica: un filone parallelo indaga il rapporto tra funghi dell’intestino e tumore al pancreas.
Sul versante opposto la ricerca ha individuato anche ceppi con funzione protettiva. Uno studio coordinato da Maria Rescigno dell’Istituto Humanitas, sostenuto da Fondazione AIRC e pubblicato su Nature Microbiology, ha mostrato per la prima volta che alcuni ceppi batterici intestinali esercitano un freno sulla proliferazione cellulare incontrollata. Il microbioma, insomma, non è un fattore di rischio: è un ecosistema con componenti in entrambe le direzioni.
Colibactina: perché il tumore al colon cresce tra gli under 50
Il secondo filone è quello che ha generato più titoli, e più fraintendimenti.
Il punto di partenza è un dato epidemiologico che gli autori stessi definiscono senza spiegazione nota: negli ultimi vent’anni l’incidenza del carcinoma del colon-retto a esordio precoce, cioè sotto i 50 anni, è raddoppiata in molti Paesi.
Nell’aprile 2025 la rivista Nature ha pubblicato il lavoro di Marcos Díaz-Gay, Wellington dos Santos, Sarah Moody e colleghi, con Ludmil Alexandrov dell’Università della California a San Diego come autore senior. Il gruppo ha sequenziato il genoma completo di 981 tumori del colon-retto provenienti da pazienti di 11 Paesi su quattro continenti, di cui 802 microsatellite-stabili.
La scoperta riguarda la colibactina, una genotossina prodotta da alcuni ceppi di Escherichia coli che ospitano l’isola di patogenicità pks. Questa molecola lascia sul DNA due firme mutazionali riconoscibili, catalogate come SBS88 e ID18. I ricercatori hanno trovato che quelle firme sono oltre tre volte più frequenti nei pazienti con diagnosi prima dei 40 anni rispetto a quelli diagnosticati dopo i 70.
Il passaggio più rilevante è però un altro. Datando molecolarmente le mutazioni, il gruppo ha stabilito che compaiono nelle fasi iniziali dello sviluppo tumorale, verosimilmente entro i primi dieci anni di vita. Come ha sintetizzato Alexandrov, chi acquisisce una di queste mutazioni driver da bambino può trovarsi ad ammalarsi a quarant’anni invece che a sessanta.
L’aumento dei casi precoci è documentato in almeno 27 Paesi. In Italia il carcinoma del colon-retto colpisce oltre 48.500 persone l’anno secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2025 curato da AIOM e AIRTUM, e la quota di diagnosi tra i 30 e i 45 anni è in crescita.
Qui finisce la parte solida. Inizia quella dove la divulgazione ha sbagliato.
Mito 1: i batteri intestinali causano il tumore al colon
Falso, o meglio: non dimostrato. Una firma mutazionale è l’impronta di un’esposizione avvenuta, non la prova che quell’esposizione abbia causato la malattia.
Gli autori dello studio su Nature sono espliciti su questo punto: i risultati sostengono fortemente l’ipotesi, ma servono ulteriori ricerche per stabilire un nesso causale. Il gruppo stesso elenca come domande ancora aperte in che modo i bambini vengano esposti ai ceppi produttori di colibactina, quali diete e ambienti ne favoriscano la produzione e come si possa ridurre l’esposizione.
La differenza non è accademica. “Il batterio causa il tumore” implica che eliminando il batterio si elimini il rischio. “Il batterio è associato al tumore e ne porta la firma” significa che stiamo osservando un pezzo di un mosaico dove entrano anche predisposizione genetica, infiammazione cronica, alimentazione, alcol, fumo, sedentarietà e obesità.
Uno studio internazionale coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, pubblicato su Gut Microbes nel 2026, ha aggiunto un tassello che complica ulteriormente il quadro: la permanenza di Fusobacterium nucleatum nel tessuto tumorale dipende anche da una variante del gene SLC22A4 dell’ospite. Non conta solo quali batteri ci sono, ma come dialogano con il patrimonio genetico individuale.
Mito 2: il test del microbioma dice se sono a rischio di tumore al colon
Falso. È il mito con le conseguenze pratiche più serie, perché ha un prezzo.
I kit di analisi del microbiota fecale venduti al pubblico costano tra i 150 e i 300 euro a seconda della tecnologia impiegata (sequenziamento 16S o shotgun). Sono strumenti descrittivi ed esplorativi, non esami diagnostici: nessuno di essi è validato come test di screening oncologico e nessuno sostituisce la colonscopia, che resta l’esame di secondo livello per la diagnosi.
Il fraintendimento nasce proprio dal dato di ricerca citato sopra. Un’accuratezza AUC di 0,85 è un buon risultato scientifico, ottenuto però su coorti selezionate, con metodologie standardizzate e in un contesto di ricerca. Non è la stessa cosa di un test venduto online, con protocolli di raccolta del campione non uniformi e referti costruiti su banche dati proprietarie. Un panel di esperti internazionali riunito nel 2024 sulla rivista Microbiome ha raccomandato di distinguere nettamente i kit non-IVD, destinati alla sola curiosità personale, dai dispositivi diagnostici in vitro, che richiedono canale medico e prescrizione.
La ricerca sta effettivamente lavorando a test di screening non invasivi basati sul microbioma fecale. È una prospettiva credibile. Non è un prodotto disponibile oggi.
Mito 3: probiotici e integratori riequilibrano il microbioma e proteggono dal colon
Non dimostrato. Nessun probiotico in commercio ha indicazione approvata per la prevenzione del carcinoma del colon-retto.
È interessante notare che l’ipotesi non è stata scartata dalla scienza: il gruppo di Alexandrov ha dichiarato di voler esplorare se i probiotici possano eliminare in sicurezza i ceppi batterici dannosi. Ma questo è il modo in cui si formula una domanda di ricerca, non il modo in cui si raccomanda un prodotto a un consumatore.
Vale lo stesso principio già discusso a proposito della presunta pillola del microbioma contro la depressione: tra un meccanismo biologico plausibile e un prodotto efficace c’è di mezzo la sperimentazione clinica, ed è un tratto di strada lungo. Che alcuni alimenti modifichino la flora batterica è documentato — le noci aumentano il numero di batteri buoni nell’intestino, per fare un esempio studiato — ma modificare la composizione del microbiota non equivale a ridurre il rischio oncologico.
Anche la direzione opposta è oggetto di studio serio: la ricerca sta valutando l’impiego di batteri modificati come vettori terapeutici antitumorali, il filone dei magnetobot contro il cancro. Anche in quel caso siamo in fase preclinica.
Cosa funziona davvero: lo screening che metà degli italiani salta
Mentre si discute di batteri e si vendono kit, esiste uno strumento con efficacia dimostrata, gratuito e sottoutilizzato.
Il Ministero della Salute raccomanda alle ASL programmi di screening organizzati per la fascia 50-69 anni, basati sulla ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF) con cadenza biennale, seguita da colonscopia di approfondimento in caso di positività. Diverse Regioni hanno esteso il programma fino ai 74 anni e le Marche lo hanno anticipato ai 45.
Il razionale è biologico: il carcinoma del colon-retto si sviluppa quasi sempre da polipi adenomatosi che impiegano dai 7 ai 15 anni a trasformarsi. È una finestra temporale ampia, in cui la lesione può essere individuata e rimossa prima che diventi tumore. Lo screening qui non si limita a diagnosticare precocemente: previene.
I dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità raccontano però quanto quella finestra venga sprecata. Nel biennio 2023-2024 solo il 47% delle persone tra i 50 e i 69 anni ha eseguito l’esame nei tempi raccomandati, con un divario geografico netto: 62% al Nord, 55% al Centro, 30% al Sud.
Un residente del Mezzogiorno su tre aderisce. Nessun test del microbioma da 300 euro colma quel divario.
In pratica: cosa fare e cosa evitare
Cosa fare
- Rispondere all’invito della ASL per il test del sangue occulto nelle feci se si rientra nella fascia d’età prevista dalla propria Regione; il kit è gratuito.
- In caso di positività al SOF, eseguire la colonscopia di approfondimento senza rimandarla: è l’unico passaggio che consente diagnosi e rimozione delle lesioni.
- Riferire al medico curante eventuali sintomi persistenti anche sotto i 50 anni, età in cui non si rientra nei programmi organizzati: sangue nelle feci, alterazioni prolungate dell’alvo, dolore addominale continuo, calo di peso non spiegato, anemia.
- Segnalare al medico l’eventuale familiarità per carcinoma del colon-retto o poliposi, che può motivare un percorso di sorveglianza anticipato e personalizzato.
- Agire sui fattori di rischio con evidenza consolidata: limitare carni lavorate e alcol, non fumare, mantenere attività fisica regolare e peso adeguato, privilegiare fibre, legumi e cereali integrali.
Cosa evitare
- Acquistare test del microbiota fecale ritenendo che valutino il rischio oncologico o sostituiscano lo screening.
- Interpretare autonomamente un referto di composizione batterica come indicatore di malattia.
- Assumere probiotici a scopo di prevenzione oncologica, o sospendere lo screening perché “si sta curando l’intestino”.
- Rimandare la colonscopia di approfondimento dopo un SOF positivo.
- Considerarsi al sicuro sotto i 50 anni in presenza di sintomi persistenti: è proprio la fascia in cui i casi stanno aumentando.
F.A.Q. – Domande Frequenti
Il microbioma intestinale può causare il tumore al colon?
Non è dimostrato un rapporto di causa-effetto. La ricerca ha stabilito associazioni robuste tra alcune specie batteriche e il carcinoma del colon-retto, e ha identificato firme mutazionali lasciate sul DNA dalla colibactina, tossina prodotta da ceppi di Escherichia coli con isola pks. Gli autori dello studio pubblicato su Nature nel 2025 precisano che occorrono ulteriori ricerche per stabilire la causalità. Il carcinoma del colon-retto resta una malattia multifattoriale, in cui concorrono genetica, età, infiammazione cronica, alimentazione, alcol, fumo, sedentarietà e obesità.
Il test del microbioma serve a diagnosticare il tumore al colon?
No. I kit di analisi del microbiota fecale disponibili al pubblico, con costi tra 150 e 300 euro, sono strumenti esplorativi e descrittivi, non esami diagnostici. Nessuno è validato come test di screening oncologico e nessuno sostituisce la colonscopia. La ricerca sta sviluppando test non invasivi basati sul metagenoma fecale, con risultati promettenti in ambito sperimentale, ma non esistono a oggi prodotti approvati per questo scopo.
Perché il tumore al colon aumenta tra i giovani sotto i 50 anni?
L’incremento dei casi a esordio precoce è documentato in almeno 27 Paesi. Lo studio di Díaz-Gay e colleghi su Nature nel 2025, condotto su 981 genomi tumorali di 11 Paesi, ha rilevato che le firme mutazionali associate alla colibactina sono oltre tre volte più frequenti nei pazienti diagnosticati prima dei 40 anni rispetto agli over 70, con esposizione verosimilmente avvenuta nei primi dieci anni di vita. Restano rilevanti anche i fattori riconosciuti: diete ricche di carni lavorate, zuccheri aggiunti e sale, consumo di alcol, fumo, sedentarietà e obesità.
Chi ha diritto allo screening gratuito per il colon-retto in Italia?
Il Ministero della Salute raccomanda alle ASL programmi organizzati per uomini e donne tra 50 e 69 anni, con test del sangue occulto nelle feci ogni due anni e colonscopia di approfondimento in caso di positività. Numerose Regioni hanno esteso la fascia fino ai 74 anni; le Marche hanno anticipato l’inizio ai 45 anni. Poiché i protocolli variano, conviene verificare l’invito della propria ASL o consultare il Fascicolo Sanitario Elettronico.
I probiotici riducono il rischio di tumore al colon?
Non esistono evidenze sufficienti a sostenerlo e nessun probiotico ha indicazione approvata per la prevenzione del carcinoma del colon-retto. L’ipotesi che alcuni ceppi possano contrastare i batteri produttori di colibactina è oggetto di studio dichiarato dal gruppo di ricerca dell’Università della California a San Diego, ma si tratta di una linea di indagine futura, non di una raccomandazione clinica. Le misure di prevenzione con efficacia documentata restano l’adesione allo screening e l’azione sui fattori di rischio modificabili.
ATTENZIONE: questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce in alcun modo il parere di un medico. Il carcinoma del colon-retto è una patologia oncologica: la valutazione del rischio individuale, l’interpretazione di qualunque esame e le decisioni diagnostiche competono esclusivamente al medico curante o allo specialista. In presenza di sangue nelle feci, alterazioni persistenti dell’alvo, dolore addominale continuo, calo di peso non spiegato o anemia, a qualsiasi età, è necessario rivolgersi al proprio medico senza attendere l’invito allo screening. I test di analisi del microbiota venduti direttamente al consumatore non hanno valore diagnostico e non sostituiscono gli esami di screening e di approfondimento previsti dai programmi sanitari nazionali.
Fonti: Díaz-Gay M., dos Santos W., Moody S. et al., “Geographic and age variations in mutational processes in colorectal cancer”, Nature, vol. 643, 2025, pp. 230-240 (DOI 10.1038/s41586-025-09025-8), studio coordinato da Ludmil Alexandrov, University of California San Diego; Piccinno G., Thompson K.N., Manghi P. et al., “Pooled analysis of 3,741 stool metagenomes from 18 cohorts for cross-stage and strain-level reproducible microbial biomarkers of colorectal cancer”, Nature Medicine, vol. 31, n. 7, 2025, pp. 2416-2429 (DOI 10.1038/s41591-025-03693-9), autore senior Nicola Segata, Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento; Istituto Superiore di Sanità, sistema di sorveglianza PASSI, dati sullo screening colorettale, biennio 2023-2024; Fondazione AIRC e Istituto Humanitas, studio coordinato da Maria Rescigno pubblicato su Nature Microbiology sui ceppi batterici a funzione protettiva; Università Cattolica del Sacro Cuore e Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, studio su variante SLC22A4 e Fusobacterium nucleatum pubblicato su Gut Microbes, 2026, corresponding author Giovambattista Pani; AIOM e AIRTUM, “I numeri del cancro in Italia 2025”; Ministero della Salute, raccomandazioni sui programmi di screening colorettale organizzati.
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