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COVID19: la speranza di una cura viene da un farmaco per l’artrite

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Si chiama Tocilizumab. Vediamo insieme di cosa si tratta e quali sono le evidenza della sua efficacia allo stato attuale

NANKURUNAISA, è la parola giapponese che significa “con il tempo si sistema tutto”.

Una frase che oggi sembra prendere forma, sia pur con la dovuta prudenza, grazie alla collaborazione tra l’Azienda Ospedaliera dei Colli – un’azienda sanitaria pubblica ad alta specializzazione che comprende l’ospedale Monaldi, ad indirizzo prevalentemente pneumo-cardiovascolare; il Cotugno, ad indirizzo infettivologico ed epatologico e il CTO, ad indirizzo ortopedico-riabilitativo – l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale e alcuni medici cinesi, tra cui Wei Haiming Ming del First Affiliated Hospital of University of Science and Technology of China.

Stiamo parlando del Tocilizumab.

Si tratta di un farmaco solitamente utilizzato per la cura dell’artrite reumatoide che è stato somministrato, nella giornata di sabato 7 marzo, a due pazienti ricoverati al Cotugno di Napoli e “già a distanza di 24 ore dall’infusione sono stati evidenziati incoraggianti miglioramenti – si legge in una nota dell’azienda dei Colli – soprattutto in uno dei due pazienti, che al suo arrivo in ospedale presentava un quadro particolarmente critico”.

I medici impegnati in prima linea contro il coronavirus in questo periodo sono stati costretti ad utilizzare cocktail sperimentali con molecole create per altre patologie o farmaci contro l’Ebola e per l’Hiv.

Ma finalmente da Napoli arriva una piccola buona notizia.

Questo farmaco, Tocilizumab, è stato utilizzato in Cina su 21 pazienti che hanno mostrato un miglioramento importante già nelle prime 24-48 ore dal trattamento, ma era la prima volta che veniva somministrato in Italia.

La somministrazione avviene in un’unica soluzione e agisce senza interferire con il protocollo terapeutico a base di farmaci antivirali utilizzati.

Sia pur con cauto ottimismo, “si sta valutando la possibilità di trattare altri malati in condizioni critiche”, nella speranza che la sperimentazione possa risultare efficace anche sugli altri pazienti italiani.

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