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Ma le grandi opere si fanno solo al Nord?

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Esiste ancora il divario tra Nord e il Sud: nella lettera per chieder i finanziamenti per le grandi opere il Sud e’ come se non esistesse

 

Di Antonio Galdo

 

C’è da restare sbalorditi a leggere la lettera, e gli allegati, che il ministro Maurizio Lupi ha scritto al collega Fabrizio Saccomanni per chiedere soldi per finanziare un pacchetto di Grandi opere. Il Sud, di fatto, non esiste.

Per il Mezzogiorno infatti si ripropongono due cantieri, dei quali il primo (l’autostrada Salerno Reggio Calabria) è un’opera di manutenzione in piedi da qualche decennio, e il secondo (l’alta velocità tra Napoli e Bari) è un fantasma che da molti anni appare e scompare nei provvedimenti dei governi come nei giochi di prestigio. Nulla di nuovo.

Eppure tutti conosciamo l’assioma: senza nuove infrastrutture non c’è rilancio per le regioni meridionali, e senza il Sud non arriverà una solida ripresa in Italia. Servirebbe uno scatto in avanti, un’idea coraggiosa, come per esempio una grande opera lungo l’asse Mezzogiorno-Mediterraneo di cui tanto si parla nei convegni e nei programmi dei partiti. La logica di un governo a trazione nordista non è casuale, ma è il frutto di motivazioni ben precise.

Innanzitutto qualcuno ancora pensa che lo sviluppo del Sud, in termini di Grandi opere, debba essere finanziato attraverso i fondi europei. E’ un grave errore di strategia che l’ex ministro Fabrizio Barca liquidò con parole nette: «I finanziamenti europei devono essere aggiuntivi rispetto a quelli nazionali». Punto.

In secondo luogo si sostiene che mancano i progetti per nuovi cantieri. Ammesso che sia vero, ed è una cosa tutta da dimostrare, il ministero delle Infrastrutture serve anche a questo: dare respiro e credibilità a una progettazione di opere considerate essenziali per l’intero sistema Paese.

La terza causa è la più delicata, e probabilmente anche la più fondata. Il Sud non conta in termini politici, non ha una classe dirigente che ne sostenga in sede nazionale ed europea le ragioni, è orfano di autorevole rappresentanza. E nel vuoto sono altri gli interessi che vengono tutelati, per esempio nelle scelte del governo.

Ricordo un racconto di Remo Gaspari che rivendicava con orgoglio la sua attività di lobbista meridionale, quando andava di persona negli uffici della Cassa per il Mezzogiorno a capire come procedeva la progettazione delle opere pubbliche nel Sud. Forse Gaspari esagerava e non abbiamo rimpianti per quei metodi, ma siamo passati da un eccesso all’altro con la totale irrilevanza, in sede nazionale, del ceto politico meridionale.

E una conferma di questa deriva arriva dalla singolare situazione in cui si trova, già da qualche mese, Vincenzo De Luca, sottosegretario proprio alle Infrastrutture. Quando fu nominato De Luca annunciò: «Sarò il ministro del Mezzogiorno per le Infrastrutture». Un messaggio chiaro, anche ambizioso, e promettente ai fini dei negoziati ai tavoli che contano quando si tratta di assegnare sul territorio le (scarse) risorse disponibili.

Peccato però che De Luca non abbia mai avuto le deleghe dal governo, e dunque il suo incarico al momento resta virtuale: forse potrà essere utile per qualche finanziamento alla sua città, Salerno, dove è ancora sindaco non senza qualche dubbio sulla compatibilità tra i due incarichi, ma sicuramente non sarà in grado di assecondare quelle aspettative, dell’intero Mezzogiorno, che pure aveva promesso di rappresentare.

A questo punto la sua posizione non è un problema personale, ma un caso politico che palazzo Chigi dovrà risolvere, perché De Luca ha il diritto di ricevere le deleghe che darebbero consistenza al suo ruolo, e il dovere di esercitarle con il giusto peso. Altrimenti non si capisce a che cosa serva la sua nomina.

 

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