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Nuovo Dpcm, Consulenti lavoro: ecco chi rischia il posto

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Roma, 29 ott. (Labitalia) – Le nuove restrizioni anti-Covid su ristoranti, bar e palestre previste dal Dpcm firmato il 24 ottobre 2020 “mettono in stand by” l’attività di una fetta di lavoratori giovani e a basso a reddito. Un segmento, quello dell’industria della ristorazione e dell’intrattenimento, già pesantemente colpito nell’ultimo anno. Tra il 2° trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2020, infatti, il numero degli occupati nel settore della ristorazione è calato di 158 mila unità, per una contrazione del 13%. È quanto emerge dal nuovo focus della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Le nuove restrizioni: chi rischia il lavoro”, che a partire dal numero di lavoratori “persi” nei comparti citati, ne delinea il profilo.

Perdite importanti si registrano anche per le attività creative, artistiche e di intrattenimento, parimenti interessate dalle nuove chiusure, che lo scorso giugno segnavano un calo degli occupati del 6,6%, significativo per un settore che, pur contando piccoli numeri, è caratterizzato da un alto tasso di precarietà. Ma anche tra gli occupati nel settore dello sport il saldo di metà anno è di 7,4% lavoratori in meno. Saldi che entro fino anno, potrebbero, sensibilmente peggiorare.

Infatti, il totale dei lavoratori della ristorazione (1mln e 192 mila), della cultura (145 mila) e dello sport (93 mila), corrispondeva a fine 2019 a circa 1 mln 430 mila occupati, pari al 6,1% dell’occupazione. Se si guarda all’età degli impiegati in questi settori, il 41,3% ha meno di 35 anni. Un valore particolarmente alto nell’ambito delle attività ristorative (42,2%) e di quelle artistiche e di intrattenimento culturale (41,9%), mentre con riferimento alle attività sportive, scende al 28,4%.

Inoltre, “solo” il 42,7% degli occupati ha un contratto a tempo indeterminato, contro una media nazionale del 64,1%. Il 25% ha un’occupazione a termine (contro l’11,7% della media degli occupati in Italia) e il 32,3% è un lavoratore autonomo (contro il 22,7% nazionale). La situazione è molto diversificata tra i vari ambiti. Nella ristorazione, settore di gran lunga più rilevante dal punto di vista numerico, a fronte del 45,8% di occupati a tempo indeterminato, il 29% è composto da autonomi e il 25,3% da lavoratori a termine.

Nel settore dello sport, invece, il lavoro autonomo è di gran lunga maggioritario: è occupato in proprio il 66,4% dei lavoratori, il 22% ha un contratto a tempo indeterminato e l’11,5% determinato. Nell’ambito dello spettacolo, gli occupati appaiono, invece, quasi perfettamente tripartiti tra lavoratori autonomi (37,7%), a tempo determinato (31,2%) e indeterminato (31,1%).

Infine, guardando alla situazione reddituale degli interessati, più della metà (il 57,9%) percepisce un reddito netto mensile inferiore ai mille euro (contro un valore del 24,9% tra tutti gli occupati), con l’unica eccezione del settore sportivo che risulta più allineato alle retribuzioni medie. Nella ristorazione il valore arriva quasi al 60% mentre nel settore dello spettacolo al 53,1%; più nel dettaglio, il 16,3% ha una retribuzione netta mensile inferiore ai 500 euro, il 16,5% tra i 500 e 750 euro, e il 25,1% tra i 750 e 1000 euro.

“Ancora una volta la mannaia è caduta su una popolazione già di per sé a rischio, come i giovani, che soprattutto se autonomi sono in quella fase della vita in cui stanno ‘costruendo’ il proprio futuro professionale. E non si tratta di un problema contingente: il vero rischio è che le chiusure determinino disoccupazione strutturale che vada ad aggiungersi a quella già esistente prima del diffondersi della pandemia”. Lo ha dichiarato Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, commentando il nuovo focus della Fondazione, “Le nuove restrizioni: chi rischia il lavoro”.

“Inoltre, alla giovane età si accompagna anche un’alta presenza di donne: se si esclude lo sport, dove è predominante l’occupazione maschile, nella ristorazione il 49,4% sono lavoratrici; valore molto al di sopra della media nazionale e che deve allarmarci, poiché rischia di scoraggiare ulteriormente la presenza femminile nel mercato, già messa a dura prova dalla difficile conciliazione tra lavoro e vita domestica”, ha concluso.

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