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Lo storico Berta: “Romiti aveva visione fortemente nazionale, per lui Fiat era soggetto politico”

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Torino, 18 ago. (Labitalia) – “Un manager italianissimo, con una visione fortemente nazionale dell’azienda. Per lui la Fiat non era solo un’azienda: era un soggetto politico perché, in quanto potere nazionale, si confrontava con gli altri poteri economici e politici”. Inizia da qui il ricordo di Cesare Romiti che traccia, con Adnkronos/Labitalia, Giuseppe Berta, professore associato di Storia contemporanea all’Università Bocconi e profondo conoscitore della storia Fiat-Fca: ha infatti diretto l’Archivio Storico Fiat dal 1996 al 2002.

“Romiti -spiega il professore- non era ‘uomo di automobile’: la sua stessa formazione manageriale era stata in altri settori e si era convinto negli anni, soprattutto negli anni ’90 (quando il declino dell’auto a causa della crisi petrolifera internazionale era iniziato in tutto il mondo), che il settore auto andasse rafforzato, inserendolo all’interno di un’impresa conglomerata. Una scelta che forse rafforzò il Gruppo, ma che portò ad un’inevitabile defocalizzazione sulla produzione automobilistica”. Romiti, ricorda Berta, “rimase alla Fiat 24 anni con qualifiche di importanza crescente, dal 1974 al 1998”. E quando lasciò, “nel giro di pochi anni, morirono Gianni Agnelli e Umberto Agnelli, e la Fiat rimase senza guida”. Ma il declino del Gruppo torinese, aggiunge, “che cominciò a essere visibile quando Romiti ne lasciò la guida, in realtà a livello internazionale era cominciato già tempo”. “Nelle Fiat si palesò con forza alla fine degli anni ’90 con la produzione della Punto”, ricorda Berta.

Con la morte di Cesare Romiti “scompare un manager di cui nessuno ha potuto raccogliere il testimone e questo perché, già ai tempi della sua uscita da Fiat, nel 1998, il mondo era cambiato, la produzione era cambiata. La sua visione di impresa tutta italiana, radicata sul territorio e che dice la sua su tutto quello di importante che avviene nel Paese, era già destinata a scomparire” dice ancora lo storico. “Quando Marchionne entra nel Gruppo Fiat agli inizi degli anni 2000 -ricorda Berta- Romiti ha lasciato, l’Avvocato è morto. Trova un’azienda in crisi che necessita di una profonda riorganizzazione, che la metta in grado di reggere sul mercato globale. Per Marchionne l’impresa è internazionale e, in questo, le sue idee sono all’opposto di quelle di Romiti. La politica industriale di Marchionne è stata una netta inversione di marcia rispetto a quella di Romiti”. “Impossibile che un manager oggi possa essere considerato un ‘figlio professionale’ di Romiti: oggi per guidare un’impresa devi avere una formazione e una visione internazionale ed essere specialista nel settore dove operi. Né i manager di oggi considerano l’azienda un soggetto politico, come faceva Romiti”, spiega Berta.

“Sicuramente Romiti ha avuto un ruolo attivo nel ridimensionamento (se non proprio sconfitta) del sindacato degli anni ’80 alla Fiat: col senno di poi, si può dire che forse quel conflitto si poteva risolvere in altro modo, ma lui si convinse che doveva passare da quella strettoia” aggiunge Berta. Una convinzione, spiega “su cui ebbero il loro peso, da una parte, le sollecitazioni che venivano dall’interno delle fabbriche dai capi del personale e, dall’altra, il periodo storico travagliato del terrorismo”.

“Va ricordato -aggiunge lo storico- che era un momento di crisi economica profonda e che Romiti sapeva di dover riorganizzare la produzione anche a scapito dell’occupazione se voleva salvare la Fiat: stava accadendo la stessa cosa anche in America. Quando però i tagli occupazionali arrivarono in Italia, lo scontro fu durissimo. Basti ricordare che in quegli anni a Mirafiori lavoravano più di 50.000 persone: una città vera e propria e il sindacato aveva acquisito molto potere”. “Nello scontro sindacale la famiglia Agnelli fece un passo indietro, Umberto si dimise, e lasciò Romiti a gestire la vicenda. Dal canto suo, Romiti formò una compagine manageriale con cui lavorò a stretto contatto, e con cui si preparò alla fase più dura”, spiega Berta. Berta allude ai famosi 35 giorni di sciopero ad oltranza durante i quali ci fu un durissimo braccio di ferro tra azienda e sindacati, interrotto poi dalla marcia dei quarantamila: migliaia di impiegati e quadri Fiat sfilarono per le strade del capoluogo piemontese in segno di protesta contro i picchettaggi che impedivano loro di entrare in fabbrica. “Aveva capito che i tempi stavano cambiando, la sua fu una scelta clamorosa in un Paese dove questi conflitti non erano all’ordine del giorno”, conclude Berta.

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