Fase 3: aziende vedono un autunno senza via di mezzo, o rosa o nero

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Milano, 14 lug. (Labitalia) – I mesi del lockdown e del post pandemia spingono le aziende a vedere un futuro senza via di mezzo: o rosa o nero. E’ quanto emerge dalla fotografia dei clienti della società di consulenza Livolsi & Partners: circa il 42,5% non ha avuto criticità significative, mentre il 57,5% ne ha invece subiti gli effetti negativi. Di queste ultime, il 15% del totale, esprime dubbi sulla possibilità di continuare la propria attività in autunno. Il campione è rappresentato da una quarantina di aziende operanti in diversi settori merceologici (dal farmaceutico e medical device all’energy, oil & gas, dal design al manufacturing, dalla chimica all’impiantistica, dal retail al made in Italy) e con fatturato dai dieci ai 900 milioni l’anno.

Tra le aziende che hanno espresso una valutazione positiva rispetto a questo periodo: l’88,2% (37,5% del totale) dichiara di aver mantenuto le posizioni pre-crisi e di non avere avuto significativi problemi di cash flow, l’11,8% (5% del totale) di avere acquisito delle nuove opportunità e valutato di implementare nuove formule di business, in particolare attraverso l’utilizzo di tecnologie digitali. Del 15% delle organizzazioni che temono di dover cessare l’attività, il 66,7% (10% del totale) evidenzia problemi di equity e di cassa, il 33,3% (5% del totale) di equity, di cassa e necessità di virare il modello di business verso orizzonti digitali. Del 42,5% delle società che valutano la situazione molto critica, ma non si arrendono e intendono proseguire, il 47,1% (20% del totale) registra un calo di fatturato, il 35,3% (15% del totale), calo di fatturato e problemi di cassa, il 17,6% (7,5% del totale), calo di fatturato e prevede grandi difficoltà in autunno.

Sul fronte delle potenzialità che possono nascere da questa congiuntura, la situazione richiederà un maggiore sviluppo delle iniziative d’internazionalizzazione per recuperare in parte i problemi di sviluppo commerciale sul mercato interno, ma anche investimenti in nuovi modelli di business, in particolare nello sviluppo dell’on-line e del digitale. I settori coinvolti in particolare sono il farmaceutico e medical device, l’elettronica, il retail e l’educational. In questa fase servono interventi di ricerca di equity, di M&A, ma anche di advisory strategico-organizzativo, ristrutturazione del debito e fino alla quotazione in Borsa, internazionalizzazione e creazione di joint venture all’estero, implementazione di nuovi modelli di business digitali. In questo caso i comparti più interessati sono in particolare farmaceutico e medical device, energy, oil & gas, manufacturing, costruzioni, design e retail.

“I mesi del lockdown e del post pandemia – afferma Massimo Bersani, managing partner della Livolsi&Partners e responsabile delle operazioni di finanza straordinaria – hanno determinato una contrazione dei consumi, della produzione e soprattutto della fiducia. Secondo gli ultimi dati Commissione europea, il pil italiano calerà quest’anno dell’11,2%. Alcuni settori hanno però tratto vantaggio dalla crisi. Il farmaceutico e medical device, la filiera alimentare e la distribuzione hanno una buona reddittività e alcune aziende prevedono di internazionalizzare il loro business e sviluppare modelli di business digitale”. Dall’altra parte “il calo dei principali indicatori economici ne penalizza altri: come energy, oil & gas, manufacturing, costruzioni, turismo e retail, che richiedono equity, M&A, riorganizzazione e ristrutturazione del debito per continuare. Sarà una seconda metà dell’anno molto intensa per quelle aziende che presentano problemi di fatturato, di cassa e di equity”.

“Il Covid-19 – spiega Ubaldo Livolsi, presidente della società già ceo di Fininvest e che condusse la quotazione in borsa di Mediaset e Mediolanum – ha indebolito un’economia già incerta e a macchia di leopardo, con settori positivi e altri già in crisi. In molti casi si scontava il fatto che si trattasse di settori di piccole dimensioni nonché fortemente dipendenti dal sistema bancario”.

Non a caso, “con la crisi delle banche la situazione è peggiorata anche se i tassi d’interesse sono ancora molto bassi. Così in una situazione in cui servirebbero grandi investimenti nella tecnologia, nella diversificazione, si trovano aziende che sono già indebitate e che, con la pandemia, non hanno la capacità di andare avanti e poter ripagare i debiti”. “Le organizzazioni più forti – rileva – tenderanno ad assorbire quelle più deboli. Resta, comunque, l’esigenza di un capitale di rischio. Anche la politica deve fare la sua parte. Il decreto rilancio ha previsto l’intervento di Cdp per le aziende che hanno un fatturato superiore ai 50 milioni, per quelle che hanno ricavi inferiori è previsto il ricorso a Invitalia, anche se i metodi con cui i fondi verranno elargiti non sono ancora chiarissimi”.

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