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Badon (Assocalzaturifici): “Non abbiamo bisogno di ristori ma di aiuti per vendere scarpe all’estero”

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Roma, 1 feb. (Labitalia) – “Non è che noi abbiamo bisogno di ristori, ma di aiuti per poter portare i nostri produttori in giro per il mondo a vendere scarpe. Si parla tanto del passaporto vaccinale, si è parlato di corridoi verdi, di accordi per permettere di restare 120 ore dal loro ingresso nel Paese con i tamponi, però non c’è ancora una soluzione”. Così, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia, Siro Badon presidente di Assocalzaturifici. “Noi – ammette – non dobbiamo mai dimenticare le dimensioni dell’azienda media, che non era preparata al digitale. Certo, stiamo facendo di tutto, attraverso i webinar, per aiutare i nostri associati ad investire nel digitale, ma non è un’operazione che si fa dall’oggi al domani”.

“E’ una cosa – ammette – da pianificare, da investire, da preparare, nella speranza di avere i frutti fra qualche tempo. Ma nel frattempo le aziende sono in una situazione veramente preoccupante, perché noi stiamo rischiando di perdere delle tradizioni, delle filiere”. Il Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici ha rilevato perdite collegate “al fatto che le persone non escono di casa”, riferisce. “Non si spende: i negozi sono aperti – avverte – ma le strade e i centri delle città rimangono comunque vuoti. Non si acquistano scarpe classiche, ma pantofole e, nel campo dell’abbigliamento, tute e felpe da indossare a casa. La gente non compera per mettere le cose dentro gli armadi, ma al contrario preferisce aspettare magari comperando qualcosa in saldo, ma i negozi hanno bisogno di ben altro”.

Riferendosi al Micam 2021, che dovrebbe tenersi fra il 21 e il 23 marzo prossimi, Siro Badon rimarca che “il dpcm scade il 5 marzo, da lì vedremo cosa ci diranno. Certo, 15 giorni sono molto pochi per organizzare una fiera, per questo mi auguro che si prendano delle decisioni in tempo utile per organizzarla”. “Comunque, sono convinto – rimarca – che a settembre il sole tornerà a brillare. Vaccini o non vaccini, il settore deve andare in giro per il mondo con il prodotto made in Italy”

“Questa pandemia – commenta – non ha fatto altro che accelerare di almeno 10 anni quello che già era in corso. Mi riferisco soprattutto alla digitalizzazione che ha portato a uno sconvolgimento incredibile di quello che è il ‘fare commercio’, il ‘fare vendite’ nel mondo”.

“La situazione – afferma – in cui si è trovato il settore calzaturiero, e quello manifatturiero in generale, è sicuramente particolare. L’ultima manifestazione l’abbiamo organizzata noi con Micam un anno fa. Tempo il conclamarsi dell’epidemia, abbiamo assistito alla chiusura dei negozi, delle frontiere, con la conseguente impossibilità di fare campagna vendite e andare in giro per il mondo”.

“In pratica – sottolinea – chi aveva da consegnare dei prodotti non ha potuto farlo perché i negozi erano chiusi, chi li aveva consegnati gli sono tornati indietro. La gran parte degli ordini effettuati durante il Micam sono stati stornati. Così l’associazione, con webinar e formazione on line, ha cercato di portare i nostri associati e l’intero comparto verso la digitalizzazione”.

“Lo scorso mese di settembre – ricorda Badon – è partita la collaborazione con la piattaforma internazionale americana NuOrder. Questa piattaforma ha sede a Los Angeles e uffici in tutto il mondo compreso Milano, collega oltre 2.000 brand e 500.000 buyer. Abbiamo collaborato con una grossa organizzazione di fiere che si chiama Informa Markets e abbiamo fatto una joint venture per portare il Micam in America con ‘MicamAmericas’, punto di incontro per la comunità mondiale del calzaturiero. Informa Markets è il player fieristico internazionale che ha al suo attivo più di 550 eventi B2B legati a industrie di vari settori”.

“Abbiamo poi organizzato – continua il presidente di Assocalzaturifici – Bdroppy, la nuova piattaforma di vendita ai marketplace digitali, con la quale i marchi italiano possono raggiungere migliaia di dropshipper per vendere i propri prodotti a milioni di consumatori, in pratica per collocare le rimanenze di magazzino in oltre 50 paesi, dall’America all’Inghilterra, dalla Germania alla Spagna”.

“Poi – prosegue – abbiamo cercato di portare i nostri associati verso il digitale. Però prodotti come il nostro hanno bisogno del contatto fisico, del rapporto del dialogo. Verso settembre-ottobre – dice – c’era stata un’inversione di tendenza, ma poi con l’incremento dei dati sulla pandemia siamo tornati di nuovo allo stato di prima. Abbiamo le frontiere chiuse, non siamo in grado di poter esercitare la nostra professione di venditori e di produttori”.

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