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Ucraina, Alevtina racconta la fuga: “Mariupol come la Fenice, risorgerà dalle ceneri”

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Kiev, 23 mar. (Adnkronos) – Mariupol è un inferno? “No è molto di più. Lì le persone sono in trappola”, ma “mi piace immaginarla come la Fenice, l’uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri perché Mariupol verrà liberata, io ci credo”. Alevtina Scevtsova è madre di un bambino di 8 anni e da quell’inferno è riuscita a scappare. Prima destinazione Zaporizhzhia, ora si trova a Kryvyi Rig, non lontano da Dnipro.

La casa dove abitava con la sua famiglia, nel centro di Mariupol, poco distante dal teatro bombardato dai russi, non esiste più e all’Adnkronos racconta i momenti drammatici vissuti nelle ultime settimane, la paura di morire e la fuga rocambolesca dalla città ‘martire’, come è stata ribattezzata.

A Mariupol negli ultimi giorni la guerra era una realtà con cui dover fare i conti. “Il 13 marzo un amico ci ha detto che serviva aiuto all’ospedale. Mio marito ha deciso di andarci. Mentre si dirigeva lì sono iniziati gli spari. Si è nascosto in un angolo e quando sono cessati i combattimenti si è girato e si è reso conto di trovarsi vicino a dei cadaveri. C’erano almeno 20 corpi coperti da qualche telo”, afferma Alevtina, che tre giorni dopo ha rischiato di morire.

“Il 16 marzo una bomba è caduta vicino al nostro palazzo, proprio nel posto dove preparavamo il cibo. Ci siamo salvati per miracolo. Un attimo prima eravamo saliti nel nostro appartamento al quarto piano per prendere le posate e i piatti, ma mio padre era rimasto giù. All’improvviso abbiamo sentito una forte esplosione, la casa si è riempita di polvere”, dichiara la donna.

“Appena scesi giù – prosegue – abbiamo udito le grida delle persone e ne abbiamo viste alcune sotto le macerie. Sapevo che mio padre era lì da qualche parte, ma non lo vedevo. Ho fatto scendere i bambini (il figlio ed il fratello di 12 anni, ndr) e mia madre nel rifugio e noi invece abbiamo iniziato a sgomberare le macerie. Abbiamo salvato una giovane che si chiamava Halyna. Dal naso e dalla bocca le usciva il sangue e aveva danni al torace. Suo marito l’ha portata nel loro appartamento e 15 minuti dopo è tornato giù dicendo che era finita”.

“Poi abbiamo tirato fuori dalle macerie Vadym, che aveva le gambe spezzate, e un ragazzo di nome Ivan che era sempre al centro dell’attenzione e ci faceva sorridere, ma non aveva più un osso intero. Sembrava un sacco di pelle martoriato. Quando sua moglie l’ha visto è scappata via gridando”. Alevtina ha iniziato a chiamare il padre che per miracolo era rimasto vivo nonostante l’onda d’urto, ma il rifugio non era più sicuro.

La donna racconta quindi di essere riuscita a raggiungere il centro abitato di Portovske, dove ufficialmente inizia il corridoio verde per l’evacuazione ma “sparavano di continuo”. La madre, “che cammina solo con un bastone”, era rimasta al rifugio insieme al padre e al fratello.

“Abbiamo attraversato a piedi un posto di blocco russo. Siamo arrivati lì il 17 marzo, dopo un giorno e mezzo di cammino. Ma per tutto questo tempo ho pensato alla mia famiglia ed ogni minuto che passava credevo che forse non li avrei mai più incontrati. Camminando vedevo gli aerei bombardare. Poi è successo un miracolo. A Portovske ho incontrato il mio amico Denys e lui mi ha detto che era già andato tre volte in città a recuperare le persone. Si è messo a disposizione e un’ora dopo sono partita con lui. Arrivati al posto di blocco russo, un militare gli ha chiesto se fosse nazista, se avesse tatuaggi nazisti e se avesse prestato servizio militare. Ho detto che stavamo andando a prendere il bambino e ci ha lasciati andare. Entrando in città vedevo tante bombe inesplose”.

“Avevo paura per la mia famiglia. Le strade erano ormai distrutte, e le bombe avevano provocato crateri larghi fino a 7 metri. Era impossibile arrivare con la macchina vicino al posto dove erano rimasti i miei. Denys ha fermato l’auto e ha detto di correre velocemente. Arrivati lì ho visto che la porta della cantina era trafitta dai frammenti di razzo. Ero intimorita di aprire quella porta. Una volta aperta ho visto gli occhi dei miei genitori e di mio fratello. Si sono subito alzati prendendo solo alcune borse ed i documenti. In quel momento sono iniziati gli attacchi: le bombe a grappolo quando esplodono si dividono in più pezzi, dovevamo calcolare fino a 12 esplosioni per poter poi continuare a correre. Cercavo Denys, gridavo il suo nome. Poi l’abbiamo trovato e siamo scappati in auto. Percorrendo strade completamente distrutte siamo arrivati a Portovske. Da lì siamo scappati grazie ad un ragazzo che era venuto a prendere i suoi amici ma non è riuscito a contattarli. Nel suo pulmino ha lasciato salire 25 persone e ci ha portati gratis a Zaporizhzhia. Ci ha salvati”.

Alevtina oggi vive sentimenti contrastanti. “Vergogna per essere sopravvissuta, perché sono al sicuro. Oggi sono potuta andare al negozio a comprare del cibo, mi sono fatta la doccia. E invece molte delle persone che conosco sono morte, o non hanno da mangiare o stanno sotto le bombe”, dice con rammarico. Ma anche rabbia perché “molte persone sono convinte che la situazione a Mariupol non sia tanto grave, che si esageri molto, lo pensano anche alcuni ucraini. Questo mi fa stare molto male perché ho visto tutto il dolore con i miei occhi. Mi è capitato anche di sentire le bugie che la tv russa diffonde: che il battaglione Azov ci spara addosso. Non posso né vedere né sentire queste cose”.

“Quando stavamo nella cantina di un negozio – è il suo ultimo ricordo della tragedia vissuta – in uno dei cassetti ho trovato la bandiera ucraina. Siamo riusciti a portarla via attraverso tutti i posti di blocco russi. Ho con me questa bandiera e le chiavi di casa come simbolo che tornerò”.

Vuoi lanciare un appello all’Italia? “Consiglio a tutti, non solo agli italiani: apprezzate ogni attimo della vostra vita – conclude – Perché non potete sapere cosa succederà domani. Quando le cose tanto normali come lavarsi o mangiare diventano un momento di pura felicità. Pensate ai vostri cari. Apprezzate la vita”.

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