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Pd verso Assemblea, per nuovo segretario serve intesa tra aree interne

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(Adnkronos) – Ancora una settimana e il Pd potrà avere una nuova guida dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti. Nel prossimo fine settimana, l’Assemblea del 13 e 14 può essere infatti risolutiva. Dipenderà dalla capacità dei dem di convergere su una soluzione che consenta di bissare quanto accaduto già tre volte in passato: un nuovo segretario scelto dal Parlamento dem.

L’articolo 5 dello Statuto del Pd, quello dedicato alla figura del segretario, prevede che “qualora il segretario cessi dalla carica, prima del termine del suo mandato, l’Assemblea può eleggere un nuovo Segretario per la parte restante del mandato ovvero determinare lo scioglimento anticipato dell’Assemblea stessa”.

Nel caso della prima opzione, “l’Assemblea può eleggere, con la maggioranza dei due terzi dei componenti, un nuovo Segretario per la parte restante del mandato”. Lo Statuto, poi, chiarisce: “Nel caso in cui nessuna candidatura ottenga l’approvazione della predetta maggioranza, si procede a nuove elezioni per il Segretario e per l’Assemblea”.

In passato, è già accaduto. Dopo le dimissioni di Walter Veltroni, l’Assemblea scelse Dario Franceschini (allora vice segretario). Il copione venne replicato dopo l’addio di Pier Luigi Bersani, con Guglielmo Epifani incoronato dal Parlamento dem, e poi dopo quelle di Matteo Renzi, con Maurizio Martina (anche lui vice segretario) eletto segretario in Assemblea.

Un accordo politico è, tra l’altro, un indispensabile requisito procedurale, visto che lo Statuto richiede la maggioranza qualificata per ‘incoronare’ un leader in Assemblea. A essere determinanti, quindi, sono i rapporti di forza interni all’organismo. Al momento della sua elezione, Zingaretti ha potuto contare su una maggioranza schiacciante, intorno al 66%. Il Parlamento dem è formato in proporzione al risultato ottenuto dal candidato segretario.

Gli altri due sfidanti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti, si fermarono al 22% circa e al 12%. Quindi, su mille delegati circa 666 erano per Zingaretti, 220 per Martina e 120 per Giachetti. Ma il ‘blocco’ che ha sostenuto il segretario uscente nel tempo si è anche allargato. A costituire il corpo più grande della maggioranza sono i delegati di AreaDem, quella che fa capo a Dario Franceschini, al fianco di Zingaretti dal principio.

Nel tempo, le cose però sono cambiate. Basti pensare che Martina ora siede ai vertici della Fao e Giachetti ha lasciato il Pd per Iv. L’area che si era riunita intorno a Martina (che oggi conta su Graziano Delrio e Matteo Mauri) ha perso qualche pezzo (Matteo Richetti, ora in Azione) e non è mai stata ostile alla maggioranza interna.

Per il resto, gli altri delegati si sono riconosciuti per lo più in Base riformista, l’area che fa riferimento a Lorenzo Guerini e Luca Lotti, che è poi confluita negli organismi dirigenti ma che nelle ultime settimane è stata quella più attiva nella richiesta del Congresso. L’unica area più critica verso la guida del Nazareno è quella dei Giovani turchi di Matteo Orfini. Da queste alchimie dovrà venire fuori il nome di chi potrà guidare il Pd dopo Zingaretti.

Sin qui, il totonomi è impazzato soprattutto al femminile con le ipotesi di Roberta Pinotti, Anna Finocchiaro, Paola De Micheli, Debora Serracchiani, Anna Ascani. Ma non manca chi avrebbe invocato in ritorno di un padre nobile del Pd, come Walter Veltroni o Pier Luigi Castagnetti. Oppure, il rispetto della prassi che ha visto il vice segretario (Franceschini e Martina) raccogliere il testimone, quindi Andrea Orlando. Infine, nel caso in cui non si riesca a trovare una intesa arriverebbe in soccorso ancora lo Statuto, che concede 30 giorni dalla formalizzazione delle dimissioni per convocare l’Assemblea, che quindi potrebbe anche slittare fino ai primi di aprile.

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