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Palermo: definì le sorelle Napoli ‘mafiose’ ma il il pm vuole archiviare ‘è diritto di critica’ (3)

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(Adnkronos) – Tra mille difficoltà. E hanno denunciato chi le prendeva di mira. Anche su Facebook. Come avrebbe fatto Ferlisi, titolare di un bar a Mezzojuso che il 29 novembre 2020, secondo quanto denunciano le sorelle Napoli, avrebbe scritto, dopo la trasmissione di Giletti: “Buffone, paghi le persone per dire il falso. Buffone, Giletti, sei un mistificatore della realtà e le sorelle Napoli sono mafiose… Ora come avete già fatto chiudetemi il bar sbirri corrotti perché questo siete corrotti”. Nel febbraio 2020 l’autorità giudiziaria aveva chiuso per dieci giorni il bar di Ferlisi perché, come si evince nell’atto degli investigatori, “era frequentato da pregiudicati”.

Ma secondo il pm le frasi dell’autore del post non sarebbero diffamatorie. Da qui la richiesta di archiviazione. Le battagliere sorelle Napoli, però, attraverso il loro legale, l’avvocato Giorgio Bisagna del foro di Palermo, che da sempre è al loro fianco, hanno presentato opposizione. Per il legale “tutte le argomentazioni sviluppate dal pm meritano forte censura”. E dice all’Adnkronos: “Questa richiesta di archiviazione, se dovesse essere accolta, renderebbe Facebook e i social un vero e proprio Far West senza regole e senza possibilità di tutela dei più deboli, e sancirebbe la vittoria degli haters del web”.

Nella opposizione il legale scrive: “Va rilevato innanzitutto come l’assunto circa l’impossibilità ad accertare l’identità digitale di un utente Fb sia palesemente smentito dalle migliaia di procedimenti penali che ogni giorno affollano le aule di giustizia. I comparti di Polizia Postale sono ormai estremamente esperti nel rintracciare i responsabili di cyber reati, e sicuramente, quelli relativi alla diffamazione a mezzo social, sono sicuramente di minor impegno tecnico rispetto a quelli relativi a pedofili, terroristi e altri che popolano il cosiddetto “deep web” e ciò nonostante vengono identificati e perseguiti”. Per l’avvocato Bisagna “in ogni caso, il pm non si è curato minimamente di dare una delega di indagine agli organi di Pg per verificare l’identità del soggetto che ha postato i messaggi oggetto di querela”. “Non pare, allo scrivente, che definire, davanti ad una platea di migliaia di persone, le parti offese, in maniera del tutto gratuita, come mafiose sia “insostituibile nella manifestazione del pensiero critico”, vieppiù ove si consideri il vissuto personale delle parti offese, meglio chiarito nella querela”.

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