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Mori: “Istituire Commissione su dossier ‘mafia e appalti'”

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Palermo, 9 mag. (Adnkronos) – “La politica italiana crei una Commissione parlamentare di inchiesta sull’inchiesta ‘mafia e appalti’ per andare a fondo. Perché, se come ha detto la sentenza del processo Borsellino quater, l’inchiesta mafia e appalti è la causa della strage, mi sembra doveroso per i morti e i vivi che si trovi la verità”. Lo ha detto, ieri sera, intervistato da Nicola Porro a ‘Quarta Repubblica’, il generale Mario Mori dopo la sentenza sul processo trattativa. Ma cosa è il dossier ‘mafia e appalti’? Tutto nasce da una delega conferita nel 1989 dalla Procura di Palermo ai Ros dei Carabinieri che aveva come obiettivo principale quello di accertare “la sussistenza, l’entità e le modalità di condizionamenti mafiosi nel settore degli appalti pubblici nel territorio della provincia di Palermo”. Dunque, per la prima volta, si metteva nero su bianco che c’erano dei “condizionamenti” di Cosa nostra negli appalti pubblici. Un triangolo formato da mafia, imprenditori e politica.

“Dal contesto della presente informativa” si evidenzia “una trama occulta, sostanziata da intrecci, relazioni ed intese, volta al fine di prevaricare norme e regole e, allo stesso tempo, di giungere all’accaparramento del denaro pubblico con un’avidità mai esausta e comune sia ai malfattori mafiosi che agli imprenditori a loro collegati i quali poi, tramite i primi, finiscono per esercitare anch’essi e con gusto il potere mafioso”. Eccola, nero su bianco, l’informativa sul dossier mafia e appalti. Quella informativa era l’inizio dell’indagine. C’era un gruppo di potere fatto da imprenditori, politici e mafiosi che decidevano gli appalti e si spartivano i proventi”. Su quella indagine Mori, con l’allora giovane capitano Giuseppe De Donno, tra il 1990 e l’inizio del 1991, lavorò per mesi. E’ il 20 febbraio del 1991 quando l’allora tenente colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, ufficiali del Ros dei Carabinieri, consegnano alla Procura di Palermo, nelle mani di Giovanni Falcone, l’informativa che racconta, per la prima volta, tutti i rapporti tra Cosa nostra e il mondo degli affari.

Per i pubblici ministeri della procura di Palermo non c’erano elementi sufficienti per procedere penalmente contro alcuni personaggi dell’imprenditoria nazionale, e così nel luglio del 1992 chiesero l’archiviazione. Per i Ros quel rapporto sarebbe stato “scientificamente insabbiato per salvare un sistema di corruzione” che altrimenti avrebbe anticipato la stagione giudiziaria milanese di Tangentopoli.

Il 14 luglio del 1992 si tenne in Procura a Palermo un briefing dei magistrati, e in quella occasione Paolo Borsellino chiese notizie sull’inchiesta ‘Mafia e appalti’. Dalle successive dichiarazioni al Csm da parte dei magistrati presenti a quella riunione, emerse che nessuno disse a Borsellino che era già stata firmata la proposta dell’archiviazione.

Borsellino, in altre parole, in quella occasione, si fece portavoce delle lamentele dei Ros. Proprio mentre il giorno prima i pm titolari di quell’indagine avanzarono già richiesta di archiviazione proprio sulle posizioni degli imprenditori. Ma i titolari di quell’inchiesta, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, sentiti come testimoni al processo sul depistaggio Borsellino hanno detto che mai Borsellino fece quei rilievi durante la riunione. Anche il magistrato Nico Gozzo, oggi alla Procura nazionale antimafia, sentito dal Csm, parlò dei rilievi che Borsellino fece su mafia-appalti, aggiungendo altri elementi importanti. Di recente la procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo per fare luce su quel dossier che venne archiviato nell’estate del 1992, dopo le stragi di Capaci e Borsellino, come ha detto l’avvocato della famiglia del giudice Fabio Trizzino al processo depistaggio “mentre stavano ancora chiudendo la bara di Paolo Borsellino e dei suoi angeli custodi”.