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Migranti: Ochek, ‘in Libia ti bruciano il petto con ferri roventi, meglio morire in mare’

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Palermo, 10 gen. (Adnkronos) – “In Libia la tortura ti segue dentro e fuori dal carcere o nelle stanze dove ti rinchiudono. Di notte, ti puntano una pistola alla testa, ti prendono tutti i soldi e ti picchiano. Sei costretto ad entrare in queste stanze dove ti fanno morire di fame. Se parli dei maltrattamenti ti picchiano ancora di più o sei costretto a rimanere lì per più tempo”. Ochek (nome di fantasia) ha 21 anni, è originario dell’Eritrea, ed è uno dei 73 sopravvissuti che a bordo della Geo Barents attendono di arrivare al porto di Ancona “per toccare terra e iniziare a dimenticare tutto quello che ho vissuto in Libia e in Africa”.

“Fino al giorno in cui non ho lasciato la Libia ho subito torture e maltrattamenti e ho visto con i miei occhi persone picchiate e maltrattate – racconta ai soccorritori di Medici senza Frontiere – Mi hanno legato le mani e bruciato il petto con una sbarra di ferro ardente. Ti facevano mangiare pasta mischiata ai sonniferi e al mattino ti trovavi un morto accanto mentre quello dietro di te era stato torturato. Un mio amico aveva sognato ad occhi aperti di andare in Europa. Al mattino l’ho trovato morto e ho coperto il suo corpo”.

La fuga di Ochek inizia quando è ancora bambino. Ha solo 4 anni quando sua mamma è costretta a portarlo via dall’Eritrea per evitargli il servizio militare. Vive in Sudan per 13 anni ma il suo desiderio è quello di andare via. “Non pensavo sarebbe stato così pericoloso” dice oggi ai soccorritori che lo hanno salvato dalle onde del Mediterraneo da cui stava per essere inghiottito. “Per andare in Libia – continua – ho pagato un intermediario che avrebbe dovuto dare i soldi a un trafficante ma lui ha detto di non aver ricevuto nulla e sono stato costretto a rimanere a lavorare per lui”.

Dopo tre mesi Ochek scappa via. Ed è solo la prima di tante fughe. “In Libia gli eritrei sono costretti a vivere nascosti perché se ci vedono ci rapiscono per chiedere il riscatto – dice – Ci chiedono di pagare in dollari perché credono che abbiamo parenti in Europa. Sono stato rapito due volte ma entrambe le volte sono riuscito a fuggire. Sono stato rinchiuso in una piccola stanza sovraffollata, con una finestra piccola. La mattina ci davano un pezzo di pane e c’era una tanica d’acqua desalinizzata, era amara. Eravamo 70/100 persone ma non c’era un limite di persone, i trafficanti continuavano a portare gente”.

Fugge di nuovo, lavora e mette da parte soldi per pagare un altro trafficante. “Mentre ci stavano trasferendo verso Tripoli però siamo stati arrestati e ci hanno imprigionato di nuovo in una stanza sovraffollata – ricorda – Maltrattamenti, abusi, umiliazioni erano all’ordine del giorno. Siamo rimasti lì per 15-20 giorni”. Le torture sono talmente terribili che, a un certo punto, i trafficanti decidono che se avessero continuato sarebbe morto. Persone che erano rinchiuse con lui pagano il suo riscatto e Ochek viene messo su un auto e lasciato a Tripoli.

Viene rinchiuso in un’altra stanza sovraffollata. Devono stare immobili, senza parlare. Fino a una notte in cui, a gruppi di 10, li portano fuori, gli fanno trasportare un gommone e li fanno salire su. “Ci siamo affidati a Dio e siamo partiti – dice – Le onde ci portavano su e giù ma non abbiamo avuto paura fino a quando un uomo ha visto una barca di pescatori in lontananza e ha cominciato ad urlare che era la guardia costiera libica. Tutti sono stati presi dal panico”.

Adesso Ochek è sulla nave di Geo Barents. Sono ancora in mare ma stasera, dopo giorni di navigazione nonostante le difficili condizioni meteo, dovrebbero arrivare ad Ancona, il porto sicuro assegnato dalle autorità italiane “Ero pronto a morire in mare pur di non essere catturato dalla guardia costiera libica ed essere riportato indietro – dice il ventunenne – Le persone in Libia non sono al sicuro, ci hanno picchiato con tutta la forza e la rabbia, senza pietà. Ora, sulla nave di Medici Senza Frontiere, mi sento al sicuro ma, allo stesso tempo, non sono ancora completamente sollevato perché sono ancora in mare e ho paura di tornare indietro. Non vedo l’ora di raggiungere l’Italia e toccare terra per iniziare a dimenticare tutto quello che ho vissuto in Libia e in Africa”.