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figlio Maestrelli: “Mio padre e Chinaglia si sono trovati, per me come fratello maggiore”

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Roma, 31 mar. (Adnkronos) – “Mio babbo e Giorgio si sono trovati. Mio padre voleva tanto un figlio maschio, le prime due figlie sono state femmine, poi siamo arrivati io e Maurizio due gemelli, ma eravamo troppo piccoli, lui lo voleva grande e con Giorgio lo ha trovato. Chinaglia aveva un padre lontano e quasi assente, cercava un padre, si sono ritrovate le due figure di padre e figlio anche se non lo erano, avevano una necessità precisa in quel momento. Io di Giorgio ricordo tutto, le prime sere che venne a dormire a casa, lui amava gli stadi inglesi diceva che gli stadi italiani erano brutti, e dopo pranzo si metteva li e disegnava questi stadi e raccontava di quelli inglesi”. Sono le parole con cui Massimo Maestrelli, uno dei figli di Tommaso, compianto allenatore dello scudetto della Lazio nel 1974, ricorda all’Adnkronos Giorgio Chinaglia, a dieci anni dalla sua scomparsa il 1 aprile 2012.

“Ogni partita che giocava con la Nazionale il giorno successivo si allenava per dare agli altri giocatori l’entità della sua forza. Dopo il successo con l’Inghilterra lui tornò a casa con la maglietta di Bobby Moore e si allenò con quella stessa maglia la mattina a Tor di Quinto, poi se la toglieva e la regalava a me e mio fratello, abbiamo maglie di Pelè, Moore, Breitner e altri campioni, lui aveva il piacere di metterla il giorno dopo queste sfide e poi ce la regalava e noi impazzivamo. Era un gesto che faceva affettuosamente perché ci teneva tantissimo. Ricordo quando andava a giocare a tennis al Fleming, c’erano Panatta e Bertolucci, ci portava con lui e poi a magiare un gelato o a prendere un supplì. Eravamo come fratelli più piccoli per lui, aveva per noi manifestazioni d’affetto sotto ogni punto di vista”, ricorda Massimo Maestrelli.

“Ricordo che quando andò in America ci invitò prima della maturità e con tutta la famiglia siamo andati in Usa una settimana e ci costò due materie a me e mio fratello. Da quell’anno ci portava tutti gli anni negli Usa a fare i campus con i Cosmos. Quando comprò la Lazio da sei mesi prima ci chiamava tutti i giorni dicendo, compro la Lazio, e noi non potevamo dirlo a nessuno. Ci fece lavorare al marketing per un anno, ha mostrato con i fatti l’affetto sia da giocatore, da presidente, da amico e fratello, quando poteva lo manifestava”, spiega il figlio di Maestrelli.

“Lui incuteva timore, era introverso. Era tipo Vieri alla Lazio. Aveva il maggiolone, era sempre solo e aveva un pastore tedesco cattivissimo. Non era un uomo facile, ti guardava sempre in cagnesco, anche agli amici, era diffidente, ma poi a casa si scioglieva. All’inizio avevamo anche un po’ paura perché arrivarono anche lettere minatorie a casa, c’erano situazioni molto delicate. Lui aveva preso il sopravvento in quella città e quello che lo circondava era oggetto di pericolo e papà era molto preoccupato. Un giorno tornammo tardi da scuola, ci eravamo fermati a vederlo giocare a tennis senza avvertire, i telefonini non c’erano, e papà chiamò la polizia, temeva che fossimo stati rapiti”.

“Vedo in Immobile qualcosa di Giorgio, forza e la grinta, Ciro merita un 8 se fa tre gol o nessuno. Certo la personalità è diversa, Giorgio in Nazionale aveva contro Rivera, Mazzola, Anastasi, tutti contro. Immobile ha forza e determinazione ma va d’accordo con Chiellini, Bonucci e gli altri. I compagni di Giorgio lo apprezzavano e lo temevano. Lui voleva imporre la sua personalità e così fu. Poi a casa da noi era come un bambino, si sentiva coccolato, aveva una doppia personalità e mia madre lo conquistò con il cibo. Ognuno a modo suo in casa lo coccolava. La bellezza è stato averlo riportato a Prima Porta vicino a papà in virtù del rapporto che si era creato”, ha concluso Massimo Maestrelli.

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