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Coronavirus: rischio Covid fino a 4 volte più alto per pazienti con cirrosi epatica

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Roma, 16 giu. (Adnkronos Salute) – Il coronavirus ha messo a dura prova i pazienti con malattie epatiche. “In Italia c’è una stima di circa 200-250mila persone con patologie del fegato avanzate come le cirrosi. Sono persone in cui una infezione da Covid ha conseguenze più gravi, soggetti che aggravandosi possono andare incontro a serie complicanze e anche al decesso. In un recente studio inglese, che ha analizzato 17 mln di pazienti, si è scoperto che la probabilità che un paziente con cirrosi si ammali di Covid-19 è doppia rispetto a chi non ha la malattia. Uno studio americano ha calcolato in 4 volte questa probabilità”. A fare il punto è Antonio Craxì, epatologo ordinario di Gastroenterologia dell’Università degli Studi di Palermo, direttore scientifico del corso in streaming ‘Covid 19 e malattie epatiche: Cosa è cambiato con la pandemia?’, un evento organizzato con il contributo di Gilead Sciences.

“Un importante studio multicentrico italiano, portato avanti nei centri di Pavia, Roma e Milano, ha evidenziato un rischio molto alto per le persone con cirrosi. Estrapolando i dati dei decessi totali Covid registrati fino ad oggi dalla Protezione civile, possiamo stimare in Italia in 6-700 i pazienti con patologie epatiche deceduti nei mesi più caldi della pandemia”, aggiunge Craxì all’Adnkronos Salute.

“C’è dunque un rischio importante per queste persone – osserva Craxì – spero che in autunno, e lancio un appello al ministro Speranza, se ci sarà il vaccino i malati epatici lo possano avere per primi. Inoltre, in Italia c’è un situazione particolare, oltre il 60% dei pazienti con cirrosi ha avuto l’epatiite C e tutti sono stati curati con la terapia introdotta da Aifa. Quindi – conclude l’epatologo – tutti i nominativi sono in una database dell’Aifa e queste persone possono essere convocate dall’oggi al domani per fare il vaccino. Spero non si faccia una guerra tra ‘poveri’, ovvero tra i malati, per averlo. Ma anche che si pensi prima alle persone che corrono più rischi per le loro condizioni cliniche”.

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