Caso Amara: Curzio, ‘Davigo svelò loggia Ungheria per annunciarmi trauma in Csm’
Brescia, 13 giu. (Adnkronos) – “Il consigliere Davigo mi spiegò che l’avvocato Amara stava collaborando con la giustizia e aveva parlato di questa cosiddetta loggia Ungheria in cui erano implicate una serie di persone tra le quali due componenti del Csm, Mancinetti e Ardita. Mi spiegò queste cose perché ero appena entrato nel mondo del Consiglio e volle preannunciarmi che un Csm che già aveva passato vicissitudini molto impegnative sarebbe stato ancora sottoposto a un ulteriore trauma”. Pietro Curzio, ex primo presidente della Corte di Cassazione e uno dei componenti di diritto del comitato di presidenza, ricostruire l’incontro avvenuto al Csm nel settembre 2020 nel processo, in corso a Brescia, che vede imputato Piercamillo Davigo per rivelazione del segreto d’ufficio per aver divulgato i verbali di Piero Amara, in cui l’avvocato rivelava la presunta esistenza della loggia Ungheria.
“Ho ritenuto che il mio dovere fosse quello di mantenere un silenzio assoluto perché le indagini erano allo stato iniziale e mantenere il giusto riserbo era doveroso per evitare di comprometterle. Mancinetti si dimise in quei giorni, nei confronti di Ardita (parte civile nel processo, ndr), che non conoscevo, ebbi un atteggiamento di prudenza, di considerazione attenta delle sue scelte e dei suoi interventi, lungi dal considerarlo una persona compromessa o da non trattare” aggiunge. Quella ‘rivelazione’ “la interpretai come un gesto di attenzione nei miei confronti per prepararmi a dei problemi che avremmo dovuto affrontare se l’indagine fosse andata avanti. Non mi ha spiegato queste cose come rappresentante del comitato di presidenza, Davigo mi disse Amara aveva deciso di collaborare, non mi parlò dei verbali di cui era in possesso, ma disse che c’era un collega a Milano in difficoltà nel portare avanti le indagini perché la procura non era abbastanza propulsiva” spiega in aula.
“Davigo non mi sollecitò a formalizzare in alcun modo la situazione, questo me lo spiego con il fatto che formalizzandola avrebbe voluto dire passare la questione a una serie di persone, tutte serie e sottoposto a riservo investigativo, ma tante e in una fase così iniziale di verifica della credibilità” delle rivelazioni di Amara, “formalizzarla avrebbe creato grossi problemi a quello che a mio parere era l’interesse base: l’efficacia delle indagini”. Una testimonianza che incide sul capo di imputazione che viene ‘modificato’ e ampliato: “la violazione dell’obbligo di segretezza” si estende anche per aver rivelato un’indagine riservata della procura di Milano, “reato commesso da aprile a settembre 2020”.
