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Afghanistan: ex cc ferito in attentato, ‘così sono scampato alla morte, ma ripartirei’ (4)

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(Adnkronos) – Il razzo colpì la parte anteriore della garitta. “Fui sbalzato all’indietro e nel buio vidi un fascio di luce”. La porta d’uscita. Era necessario scappare prima che i talebani colpissero di nuovo. “Cercai di alzarmi, ma non avevo le forze. Così iniziai a strisciare a terra, tra i resti dilaniati del povero Manuele. Ricordo ancora adesso la puzza del sangue bruciato, della polvere. Spalancai la porta e scesi la rampa di scale a testa in giù, una gamba si impigliò in un paletto, la liberai con forza e proseguii”. Non sentiva il dolore il giovane militare. “Il mio unico pensiero era salvarmi”. 

Il calvario di Emiliano inizia da quel momento. Prima la corsa in infermeria su un pick up e poi il trasferimento su un elicottero in un ospedale da campo di Shirabad. “Ero pieno di morfina, salutai i miei compagni facendo il gesto del pollice in su, come per dire loro di tenere duro. Io andavo via, ero fortunato. Quel giorno ci furono altri attacchi nella base”. Nell’ospedale da campo la diagnosi è sbrigativa: occorre amputare la gamba destra. “Grazie ai vertici dell’Arma fu possibile evitarlo”. E così Emiliano, di nuovo in barella e di nuovo in volo, raggiunge Kandahar.

“Quando mi sono svegliato dall’operazione le mie gambe erano salve, ma attaccate a dei macchinari, che aspiravano i liquidi che il mio corpo produceva”. Lì in quell’ospedale a Kandahar, a due giorni dall’attentato, il giovane carabiniere scelto italiano finalmente ha il primo contatto telefonico con la famiglia. “Pochi minuti, giusto il tempo per rassicurare mio padre. ‘Sono in buone mani, va tutto bene’, gli dissi”.  Andava bene perché era vivo, ma troppo debole per affrontare il rientro in Italia. “Mi portarono nella base americana di Bagram, dove venivano condotti tutti i feriti, e mi fecero delle trasfusioni di sangue. Accanto a me c’era un interprete afgano con il corpo dilaniato”.

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