Qual è la relazione tra tumori e trasmettitori per cellulari?

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Presentati dall’Istituto Ramazzini di Bologna i risultati di uno studio su 2.448 ratti esposti a radiazioni GSM

I ratti esposti a radiazioni come quelle delle antenne della telefonia mobile hanno una probabilità alta di sviluppare un raro tumore maligno al cuore, se si tratta di maschi, e al cervello, se si tratta di femmine.

Lo dichiara lo studio appena concluso dall’Istituto Ramazzini di Bologna, in collaborazione con il Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni”, sull’impatto delle radiazioni a radiofrequenza (RFR) prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile su 2.448 ratti «Sprague-Dawley».

Nella ricerca, l’Istituto Ramazzini ha studiato esposizioni alle radiofrequenze mille volte inferiori a quelle utilizzate in passato nello studio sui telefoni cellulari del National Toxicologic Program (USA), il ramo di ricerca del National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS), riscontrando però un aumento statisticamente significativo degli stessi tumori.

Si tratta di emissioni pari a quelle ambientali più comuni in Italia, di 5, 25 e 50 V/m, utili a mimare l’esposizione umana full-body generata normalmente da ripetitori nelle nostre città.

“Sulla base dei risultati comuni, riteniamo che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) debba rivedere la classificazione delle radiofrequenze, finora ritenute possibili cancerogeni, per definirle probabili cancerogeni» ha dichiarato la biologa Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Area Ricerca del Centro di Ricerca sul Cancro “Cesare Maltoni. “ La salute pubblica necessita di un’azione tempestiva per ridurre l’esposizione, le compagnie devono concepire tecnologie migliori, investire in formazione e ricerca, puntare su un approccio di sicurezza piuttosto che di potenza, qualità ed efficienza del segnale radio. Siamo responsabili verso le nuove generazioni e dobbiamo fare in modo che i telefoni cellulari e la tecnologia wireless non diventino il prossimo tabacco o il prossimo amianto, cioè rischi conosciuti e ignorati per decenni”.

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