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Covid Italia, Federpol: “Nessun ristoro per la categoria, investigatori sul lastrico”

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Roma, 25 mar. (Labitalia) – “Non è stato previsto alcun tipo di ristoro per la nostra categoria”. Lo dice, in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia, Luciano Tommaso Ponzi, presidente di Federpol, Federazione italiana degli istituti privati per le investigazioni, le informazioni e la sicurezza. “Abbiamo – spiega – un unico codice Ateco 80.30 che racchiude tutti gli ambiti in cui operiamo, ma questo non va bene”. “Per fortuna – riferisce – alla commissione per la revisione dei codici Ateco è stata presentata la nostra richiesta perché vengano create le sottocategorie che individuano gli effettivi ambiti di operatività, che sono molto differenti l’uno dall’altro e che differenziano l’attività di ogni operatore e i relativi rischi lavorativi”.

“Anche perché – fa notare – a livello di rischi, ad esempio, per l’Inail è diversa la tutela da dare a un addetto che si occupa di sicurezza, da uno che con l’auto aziendale fa un’osservazione statica o dinamica, a chi invece sta in ufficio a fare una relazione-report”.

“Il Covid – continua – ha influito pesantemente sui 20mila operatori legati al settore della sicurezza sussidiaria, con la chiusura di stadi e discoteche, e all’attività legale. Con il primo lockdown la nostra categoria, che è di ausilio agli avvocati difensori, è stata costretta alla chiusura pregiudicando il diritto costituzionale di difesa dei nostri assistiti, eppure sappiamo che in Italia nel 2019 ci sono stati 29mila errori giudiziari che fanno andare in carcere persone innocenti. Stesso discorso per le compagnie assicurative antifrode, a cui vengono fornite competenza e professionalità dai nostri operatori”.

“Tutti i settori – precisa – in cui opera Federpol, secondo il dl 269 del 2010, sono stati colpiti dall’effetto Covid: privato, aziendale, commerciale, antifrode assicurativa, consulenza penale, servizio di controllo dei locali di pubblico intrattenimento, inserimento stewart previsti solamente nelle manifestazioni calcistici sopra i 7.500 spettatori”.

“Certo, qualche discoteca è stata aperta ad agosto – ammette Ponzi -ma comunque la categoria è ferma da un anno. Tutti operatori che si sono dedicati ad altro: chi è andato a lavorare ad Amazon e chi a fare il facchino. Per questo – rimarca – noi avremo un problema di gap che Federpol sta cercando di colmare organizzando dei corsi, perché se a settembre-ottobre dovessero ripartire i concerti e riaprire gli stadi non avremo personale dedicato alla sicurezza”.

“Un problema – commenta – che sicuramente il Covid ha accentuato è il fenomeno dei volontari che vengono presi come addetti alla sicurezza dagli enti locali. Gli enti locali che magari non conoscono la normativa utilizzano associazioni volontaristiche per diversi scopi: far attraversare i bambini davanti la scuola, evitare l’assembramento davanti alle fermate dei mezzi pubblici. Prendono chiunque come simpatizzante che ha frequentato un mini corso basico senza che abbia appreso nozioni sul primo soccorso, azioni anti-assembramento e così via. E poi capitano tragedie dove ci sono anche dei morti”.

“Per svolgere la loro attività – sottolinea Ponzi – le figure degli addetti ai servizi di controllo svolgono dei corsi di formazione, vengono poi registrati in un apposito registro della prefettura per operare e ogni due anni sono soggetti a verifica. Hanno una grande capacità di persuasione psicologica e devono capire quando è il momento di sedare eventuali animi agitati in determinate situazione per poi contattare le forze dell’ordine”.

“Tradimenti coniugali ‘vietati’ con la zona rossa – osserva – rischiano di lasciare sul lastrico gli investigatori privati. Non è una battuta, ma la triste realtà che vede anche assottigliarsi l’attività di controllo per chi si assenta sul lavoro. Con le regole da seguire nelle aree rosse è difficile tradire il coniuge e assentarsi dal lavoro per motivi di salute. Molte aziende, infatti, anche con 700 dipendenti, hanno ridotto a zero l’assenteismo perché se si va dal medico si è obbligati a fare il tampone che, se risulta positivo, obbliga a stare a casa 20 giorni perdendo parte dello stipendio”.

“Da una parte – fa notare – il Covid ha azzerato la ‘malattia del venerdì’ che poi si agganciava al sabato e alla domenica, ma dall’altra è calata vertiginosamente la richiesta delle aziende di effettuare delle verifiche su eventuali false malattie”.

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