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Covid: Codogno un anno dopo – l’infermiera del reparto Covid, ‘la bici è stata il mio psicologo’ (2)

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(Adnkronos) – Quel mattino di venerdì 27 febbraio, quando la notizia del paziente 1 a Codogno diventa di dominio pubblico, Ada era di turno. “Non dimenticherò mai quei momenti. Sembrava uno scherzo. La calma e poi l’improvviso frastuono, il vortice mediatico. Andava oltre la nostra immaginazione”. Ciò che l’ha più fatta soffrire di quei primi mesi, “è stata la sensazione di essere considerata un’untrice, soprattutto quando da Codogno tornavo a Piacenza, e anche se lì c’erano comunque dei primi casi”. Codogno faceva paura a tutti: “Ancora ne parliamo tra di noi e non ci capacitiamo di come tutto possa essere successo in questo piccolo ospedale di provincia”, dice.

Lo sport è stato una terapia per l’infermiera di Codogno, originaria di Crema. “Appena ho un attimo vado a correre. Nei miei giorni liberi sono sempre in movimento. Qualcuno me l’ha fatto anche notare: ‘Ada tu non ti fermi mai perché devi liberarti di qualcosa”. Ci sono ricordi di quei primi mesi che, come la paura, non possono essere rimossi: “Se ripenso a quegli sguardi, sto ancora male. C’era un paziente, 80 anni, che aveva nel suo sguardo la tristezza di chi sapeva che sarebbe morto da solo, senza nessuno dei suoi attorno. Non lo dimenticherò mai”.

Fin da subito all’ospedale di Codogno sono stati donati diversi iPad per fare le video-chiamate ai parenti. Quando questo non basta, ci sono le carezze, le attenzioni del personale sanitario. “Rispetto a prima, abbiamo cercato di coccolare ancora di più i pazienti, farli sentire in un ambiente familiare. Ci sono piccole attenzioni che non mancano mai, come i cioccolatini. Devo dire che i pazienti che lasciano l’ospedale ci salutano con grande calore”. Ada si è vaccinata tra i primi in Italia, il 27 dicembre scorso. “Ho già ricevuto anche la seconda dose. E’ una questione di rispetto, chi lavora in ospedale deve vaccinarsi”, sottolinea. Abbassare la guardia non si può: “Purtroppo ne avremo ancora per molto”.

(di Vittoria Vimercati)

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